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La
dinamica degli squali
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Adam
Summers, biologo dell’Università della California, ha scoperto
che alcune specie di squali riescono a pressurizzare la pelle
modificando di conseguenza la rigidità del proprio corpo. Questo
stratagemma conferisce loro una velocità di nuoto maggiore di
quanto la stessa loro morfologia corporea consentirebbe. Secondo i
ricercatori, questa scoperta potrebbe consentire una maggiore
comprensione delle varie tappe evolutive degli squali, fra cui, il
motivo per il quale essi abbiano sopperito lo scheletro osseo con
una struttura di cartilagine.
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Adam
Summers si è servito di trasduttori impiantati nei muscoli laterali
di squali, che nuotavano in una piscina a diverse velocità, per
monitorare la pressione nella pelle. Egli ha osservato che l'aumento
della velocità di nuoto corrispondeva anche a un aumento della
pressione media nella pelle degli animali. Solitamente, il
raggiungimento di una elevata velocità di nuoto dipende dalla
massima spinta dovuta esclusivamente dalla rigidità del corpo, che
richiede una spina dorsale dotata di poche vertebre. Tuttavia, gli
squali sono dotati di un elevato numero di vertebre, lo squalo mako
ad esempio ne ha 180, che implicherebbe minore rigidità e quindi
minore spinta attraverso l'acqua. I
ricercatori sperano in futuro di effettuare monitoraggi in mare
aperto su altre specie di squali, come i mako. La ricerca è stata
recentemente presentata nel corso dell'annuale simposio della
Society for Experimental Biology all’Università di Southampton.
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Plancton
e clima
I
risultati di uno studio effettuato nel mar dei Sargassi suggeriscono che
nella regolazione del clima globale il plancton ha un ruolo peculiare. Lo
studio è stato portato a termine da un gruppo di scienziati composti da
ricercatori dell'Università della California, sede di Santa Barbara, e
ricercatori del Woods Hole Oceanographic Institute,
In un ambiente acquatico una equa fonte luminosa favorisce la crescita
fotosintetica del fitoplancton che è costituito da piccole piante
monocellulari che fluttuano negli strati superiori di ogni ambiente
marino. Il fitoplancton non rappresenta solamente la base della catena
alimentare dei mari bensì funge, assieme ad altri composti, come il
dimetilsolfuro, o DMS, pure da regolatore del ciclo globale del carbonio.
Alcuni
teorizzano che il fitoplancton possa far parte addirittura di un
meccanismo di feedback climatico. Tuttavia, nessun studio ha mai provato
che una flessione dell'intensità luminosa sia associata ad una flessione
della produzione di dimetilsolfuro. Secondo i promotori di questo nuovo
studio, il fitoplancton genera delle particolari sostanze organiche a base
di zolfo che fungono da difesa chimica contro gli effetti nefasti delle
radiazioni ultraviolette e da altre anomalie ambientali.
Calamari
giganti a Los Angeles
Misurano
180cm e pesano oltre 6 chili
A Hollywood c'è già chi ironizza sulla possibilità che siano arrivati
per farsi scritturare per un film di fantascienza. Gli oceanografi della
California sono alle prese con il mistero della comparsa sulle spiagge di
Los Angeles di
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oltre 1.500 calamari giganti, una specie che è comune
nell'America del Sud, ma che normalmente non si sposta così a nord.
“Sembrano
mostri marini in miniatura usciti da un romanzo di Giulio Verne” - ha
detto Eric Bauer, responsabile dei 'baywatch' che pattugliano la spiaggia
di Newport Beach, dove si sono arenati gran parte dei calamari. Le
creature sono note con il nome scientifico “Dosidicus gigas” e vengono
chiamati anche calamari di Humboldt.
Possono raggiungere i 180 centimetri, ma gli esemplari arrivati in
California non sono adulti, misurano circa un metro e mezzo e pesano 6-7
chilogrammi l'uno.
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Il
cervello dei delfini
I
delfini sono mammiferi Cetacei Odontoceti, sono animali dotati di cervello
particolarmente sviluppato e ricco di circonvoluzioni che raggiunge un
alto grado di centralizzazione, molto prossimo a quello dell'uomo. Un
gruppo di ricercatori guidati da Lori Marino della Emory University di
Atlanta, ha preso in esame i cervelli di molti delfini mettendoli a
confronto con quelli di loro antenati.
Da questo confronto è emerso che negli ultimi 47 milioni di anni il loro
cervello è dalle quattro alle cinque volte più grande di quanto ci si
aspetterebbe sulla base delle dimensioni corporee. La ricerca è stata
condotta su 66 esemplari fossili di cetacei conservati alla Smithsonian
Institution e su 144 esemplari moderni.
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Sembra
che il primo ingrossamento del cervello si sia verificato circa 39 milioni
di anni fa, in contemporanea ad una riduzione delle dimensioni corporee,
forse è proprio in questo periodo che è emersa la capacità di usare i
suoni per identificare la presenza di altri animali in mare. Un'altra
modificazione è emersa circa 15 milioni di anni fa, con la comparsa degli
antenati delle specie attuali. Anche nell'uomo la materia grigia è sette volte più grande di quanto ci
si aspetterebbe dalle dimensioni del corpo. Anche se la loro evoluzione è
avvenuta per vie diverse, primati e cetacei hanno finito per avere
cervelli di dimensioni simili. Questo studio è stato pubblicato sulla
rivista Anatomical Record.
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Il
nuoto dei delfini
Una
nuova ricerca ha scoperto che sia i delfini allo stato brado che quelli in
cattività nell'emisfero nord nuotano in cerchio in senso antiorario,
mentre i delfini dell'emisfero sud compiono dei cerchi in senso orario. Si
pensava che questa scelta del senso del nuoto fosse dovuta alla anatomia
dell'animale, forse ad un'asimmetria del loro cervello.
Quando si riposano questi mammiferi marini dormono soltanto con una metà
dei loro cervello alla volta e nuotano continuamente pigramente compiendo
dei cerchi. Paul Manger, un neuroetologo svedese che si occupa di delfini,
una volta giunto in Sud Africa nell'Università di Witwatersrand, si
accorse che tutti i dati, che riportavano il fatto che i delfini nuotavano
in senso antiorario nelle loro vasche, riguardavano delfini provenienti
dell'emisfero nord.
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Per
confermare questa sua osservazione si recò al delfinario locale e vide
che i delfini dell'emisfero sud passano l'86% della loro giornata nuotando
in senso orario. Questo vorrebbe dire che il senso del nuoto dipende dagli
emisferi e non da conformazioni anatomiche. Non tutti gli scienziati sono
d'accordo con questa teoria, Andrew Read, che si interessa di delfini alla
Duke University di Beaufort, North Carolina, dice di aver bisogno di più
prove per convincersi.Secondo Manger, la forza che causa questo potrebbe essere la forza di
Coriolis, un effetto di rotazione della terra che produce correnti su
grande scala nell'oceano e nell'atmosfera. I risultati della ricerca
ottenuti da Manger assieme alla collega Guinevere Stafne sono stati
pubblicati dal periodico “Physiology & Behavior”.
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Le
spine del riccio di mare
Avvalendosi
di quattro differenti metodi di ricerca, fra cui due tipologie di
microscopia elettronica, un gruppo di ricercatori del Weizmann Institute
of Science sono rimasti a dir poco stupiti sulla dinamica di crescita
delle spine del riccio di mare. I ricercatori hanno scoperto il segreto
che sta alla base della veloce crescita (entro pochi giorni) di una spina
spezzata.
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I
ricci di mare impiegano una particolare strategia per far crescere in
breve tempo le loro spine. La crescita di molti cristalli inizia dalla
dissoluzione di atomi o molecole in un liquido, ma nel caso dei ricci di
mare il materiale delle spine viene ammassato nel CCS, un materiale non
cristallino conosciuto con il nome di carbonato di calcio amorfo.
Dalle cellule situate alla base della spina spezzata fuoriescono ammassi
di CCA che vengono spinti verso l'estremità crescente. Il carbonato di
calcio amorfo, composto da molecole disorganizzate ma ben addensate, muta
in poche ore il suo stato trasformandosi in cristalli di calcite aventi
una struttura molecolare ordinata. La ricerca è stata pubblicata dal
periodico “Science”.
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Salute
e organismi marini
Da
tempo si sa che gli organismi viventi sono un serbatoio enorme dei residui
naturali potenzialmente attivi contro i virus, batteri o cellule
cancerogene. Il 10% delle 145mila sostanze naturali descritte derivano
dagli organismi marini. Finora si pensava che soltanto le specie di acque
profonde come Phloeodictyon avessero alcaloidi con proprietà
antibatteriche. I phloeodictines che sono stati esaminati ora, vivono in
acque poco profonde. Questa scoperta suggerisce che vi sia stato un
adattamento della specie batiale all'ambiente del reef in acque poco
profonde. Gli organismi marini sintetizzano molte sostanze alcune delle
quali hanno potere anticancerogeno, anti virale e antiparassitario.
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Fino
ad oggi è stata analizzata solo una minima parte delle specie
marine, l’1%. Scienziati dell'IRD analizzando chimicamente le
sostanze estratte dalle spugne della Nuova Caledonia, hanno notato
la presenza di 25 elementi della famiglia phloeodictines con
proprietà antimalariche, in effetti queste sostanze si sono
rivelate attive contro il Plasmodium falciparum. I phloeodictines
sono una famiglia degli alcaloidi, composta di tre grandi gruppi
distinti secondo le differenze nella loro struttura chimica; in
laboratorio le differenti molecole sono state messe a contatto con
Plasmodium falciparum, si è notato che le phloeodictines A hanno la
capacità di inibire lo sviluppo del parassita.
Un'altra caratteristica particolarmente interessante è che l'azione
di queste alghe è accompagnata da citotossicità molto bassa. Per
questo motivo tali sostanze diventano interessanti per elaborare
nuovi farmaci; saranno comunque necessarie nuove indagini ed
ulteriori studi.
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La
salvezza per i coralli?
Il sole del tardo pomeriggio avvolge la spiaggia di un piacevole tepore,
le onde si infrangono dolcemente sul bagnasciuga. A chi ha deciso di
concedersi una bella passeggiata, può capitare di imbattersi in un
curioso groviglio di cavi bianchi piantati nella sabbia fine e scura, che
sembrano sparire nel mare ingoiati da enormi palle di plastica blu che
ondeggiano nell'acqua. Cavi che sembrano spuntare dal nulla, nota estetica
dolente in questo angolo di paradiso tropicale che è la costa
nordoccidentale balinese.
Brutti da vedere, certo, ma componenti fondamentali di un esperimento
sottomarino estremamente insolito e ambizioso: l'utilizzo di corrente
elettrica a basso voltaggio per stimolare la ricrescita dei tratti di
barriera corallina più danneggiati. Il progetto è stato ideato quattro
anni fa da un esperto biologo americano, Tom Goreau, e da un professore di
architettura tedesco, Wolf Hilbertz, e finora ha ottenuto ottimi
risultati.
Con una superficie coperta di oltre trenta chilometri, il progetto Karang
Lestari - in indonesiano “conservazione dei coralli” - è il più
ampio vivaio corallino al mondo a utilizzare questa tecnologia. «Le
differenze nelle composizione della barriera si notano a occhio nudo, i
miglioramenti si susseguono a ritmo serrato», spiega Chris Brown,
titolare del Reef Seen Aquatics Dive Center, che sponsorizza l'iniziativa
insieme ad alberghi e negozi locali. La stessa tecnica è in fase di
sperimentazione in altre località tropicali - una fra tutte: le
Mauritius, nell'oceano Indiano - ma l'impianto balinese è il più vasto e
ambizioso nel suo genere.
L'Indonesia ospita 581 delle 793 specie di coralli conosciute. La maggior
parte di esse vive proprio nella baia di Pemuteran, da tempo una delle
mete favorite dai sub che, se la barriera muore, si sposteranno altrove,
con pesanti ripercussioni sul turismo. Sul fondale sabbioso, tra i tre e i
sette metri di profondità, sono state installate decine di griglie fatte
di spranghe saldate tra loro. Viste dall'alto, hanno tutto l'aspetto di un
parcogiochi sottomarino. I cavi che trasmettono la corrente sono
assicurati alle sbarre e collegati a stazioni di carica sulla riva. Stando
ai calcoli di Brown, ogni settimana viene consumato lo stesso quantitativo
di elettricità bruciato in un mese da una lampadina da 60 watt.
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Chi non ama le immersioni può seguire il recupero della barriera dalle
fotografie a colori esposte ai Taman Sari Bali Cottages, sponsor che,
attraverso una donazione di 15 mila dollari in contanti, ha permesso al
progetto di vedere la luce nel 2000. Brown, australiano trasferitosi in
questo villaggio di pescatori da ottomila anime nel 1992 e co-proprietario
dei cottage, spiega come nei giorni successivi alle prime scariche di
corrente, le barre abbiano sviluppato una patina di calcare biancastro,
che ha fatto da indispensabile supporto alla ricrescita dei coralli. Sulle
griglie, poi, sono stati impiantati piccoli frammenti di corallo vivo, che
- aiutati dall'elettricità - hanno iniziato a crescere «tra le cinque e
le dieci volte più velocemente del normale, con colori più brillanti e
con una maggiore resistenza al calore dell'acqua e all'inquinamento»,
aggiunge un altro proprietario dei Taman Sari Cottages, un americano
soprannominato Naryana.
Alcuni
coralli sono stati trapiantati direttamente sulle barre, attaccati con dei
cavi o posizionati in apposite nicchie.
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Stessa procedura è stata
applicata a spugne, tunicati e anemoni. Con esiti straordinari: sono stati
registrati colori di eccezionale vivacità e crescite di oltre un
centimetro e mezzo in meno di un mese. Non solo: nei circuiti interessati
da accidentali cali di tensione si sono riscontrati sviluppi meno evidenti
e colorazioni più opache.
«Finalmente, sono tornati i pesci, anche quelli degli abissi che si
spostano in barriera per riposare durante il giorno», osserva Naryana. La
barriera così rigenerata ha attirato calamari giganti, seppie, ricci di
mare e stelle marine. Nell'area si sono concentrati anche pesci
pipistrello, damigelle arabe, e fitti branchi di snapper. I sub hanno
anche riferito la presenza di numerosi pesci giovani: buon segno, perché
annunciano il progressivo ritorno a un equilibrio dell'ecosistema e alla
formazione di popolazioni di esemplari autosufficienti.
Naryana, che quando viveva ancora in Nebraska si chiamava Randall Dodge,
ricorda la barriera “una terra desolata” prima dell'avvio del
progetto. Nei primi anni Novanta El Nin~o l'aveva letteralmente devastata,
uccidendo la maggior parte dei coralli presenti nei bassi fondali. La
crisi economica asiatica del 1998, poi, aveva costretto i pescatori
locali, per non morire di fame, ad adottare pratiche di pesca scriteriate
che hanno peggiorato ancora di più le cose. A metà anni Novanta,
un'altra catastrofe sfiorata, con l'arrivo di 70 mila voracissime
“corone di spine” (particolare tipologia di stella marina che si nutre
di coralli duri, n.d.t.), che solo l'intervento dei sommozzatori riuscì a
eliminare dai fondali prima che l'intera barriera finisse divorata.
E cittadini consapevoli, come Brown e Naryana, da tempo promuovono
campagne di utilità sociale per informare gli indigeni delle conseguenze
a lungo termine della pratica più pericolosa per la vita dei coralli: la
pesca con esplosivi. «I pescatori di Pemuteran alla fine hanno smesso»,
spiega Naryana. «C'è stato bisogno di educarli, di parlare con loro e di
dimostrare concretamente che il loro futuro sta nella conservazione
dell'oceano».
Naryana è infatti d'accordo con Goreau e Hilbertz nel sostenere che
questo progetto non è solo la riattivazione di un ecosistema: vuol dire
piuttosto investire nella difesa di specie di coralli che stanno
rapidamente scomparendo e di pesci che sulla barriera basano la propria
sopravvivenza. Brown, dal canto suo, spera che questa tecnica si diffonda
nei paesi che non hanno abbastanza soldi per permettersi il ricorso a
metodiche più costose. «L'elettricità rafforza i coralli già
esistenti, e ha profonde ripercussioni su quelli circostanti», spiega. «Ciò
dimostra che si può anche prendere del bel corallo e migliorarlo ancora
di più».
Tentacoli
delle piovre
La
studiosa Ruth Byrne dell'Università di Vienna durante il meeting annuale
della Animal Behaviour Society ad Oaxaca, in Mexico, ha presentato una sua
scoperta, i polpi hanno un tentacolo preferito. Secondo Byrne ognuno dei
tentacoli delle piovre è uguale ed è potenzialmente in grado di svolgere
qualsiasi lavoro, per questo si pensava che le piovre scegliessero il
tentacolo da usare a seconda della loro situazione contingente.
Per questa ricerca sono state usate 8 piovre che hanno mostrato di usare
solo 49 diverse combinazioni di uno, due o tre tentacoli, invece delle 448
che sarebbe possibile fare ed i tentacoli preferiti sono quelli che si
trovano di fronte all'animale, mentre gli altri sono usati prevalentemente
per gli spostamenti sul fondo o per il nuoto.
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Lo
staff della Byrne ha osservato che i polpi, quando si trovano a dover
esplorare nuovi angoli e fessure o compiere un'attività, prediligono uno
tra gli otto tentacoli che possiedono sebbene nessuno di questi abbia una
particolare specializzazione. Se invece devono manipolare degli oggetti, i
polpi utilizzano più tentacoli che però usano seguendo un ordine
determinato.
I ricercatori austriaci hanno messo a disposizione delle piovre oggetti
insoliti con cavità a forma di “T” ed ognuna delle piovre che hanno
partecipato alla ricerca ha usato un tentacolo diverso. Secondo Byrne
questo dipende dagli occhi dei cefalopodi perché le piovre, secondo gli
studi fatti, avrebbero un occhio preferito e questo si rifletterebbe anche
sull'utilizzo dei tentacoli.
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Le
tsunami viste dallo spazio
Le
tsunami, vere e proprie montagne d'acqua alte decine di metri, sono state
sempre descritte dai navigatori di tutto il mondo, ma la loro esistenza
non era mai stata provata scientificamente. Ora, i satelliti dell'Agenzia
Spaziale Europea (ESA) le ha intercettate e fotografate nell'ambito del
progetto MaxWave.
Due
satelliti, l'ERS-1 ed l'ERS-2, hanno scandagliato per tre settimane gli
oceani individuandone ben dieci, tutte aventi un'altezza di 25-30 metri.
Il progetto MaxWave, che si avvale della collaborazione di sei paesi della
UE, è nato proprio con lo scopo di scoprire e avvalora scientificamente
l'esistenza di questa calamità naturale.
I
due satelliti dell'European Space Agency hanno scattato, per mezzo dei
propri radar, un numero superiore alle 30mila immagini di tutte le aree
marine provando definitivamente l'esistenza di queste enormi masse d'acqua
che si formano all'improvviso nel mare tranquillo provocando devastazioni
lungo i littorali e l'abbattimento di navi, sembra che nell'ultimo
decennio siano scomparse 200 navi di grosse dimensioni.
Le
alghe per neutralizzare il DDT
Si chiama “Dichlorodiphenyltrichloroethane” o più semplicemente
“DDT”. È stato usato come antiparassitario dal 1939 in poi in modo
massiccio in tutto il mondo e, anche se ha contribuito a debellare la
malaria, il tifo e la malattia del sonno, ha causato anche importanti
effetti negativi! La sostanza, infatti, che ha trovato impiego anche come
insetticida in agricoltura, per la protezione di piantagioni di cotone, può
provocare effetti irreversibili e la stessa IARC, l’Agenzia
internazionale per il Cancro, lo inserisce nella categoria 2B, in quanto
cancerogeno.
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Fino
ad oggi, pensare di depurare i luoghi contaminati da tale sostanza, era
inverosimile. Ma ora sembra esser giunta una speranza grazie al lavoro di
un’equipe di ricercatori britannici e australiani che ha scoperto che,
cospargendo di alghe polverizzate il suolo contaminato, si accelera la
decomposizione del letale insetticida. Sembra infatti che una giusta dove
di alghe sia in grado di aiutare i microrganismi nel suolo ad attaccare le
tossine della dannosa sostanza. Fa scomparire addirittura l’80% dei
residui entro sei settimane dalla sua applicazione.
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I risultati, descritti nell'ultimo numero del Journal of Chemical
Technology e Biotechnology, sono stati raggiunti grazie all’alto livello
di carbonio che alimenta i microrganismi permettendo alla loro popolazione
di moltiplicarsi e creare sempre più truppe nella battaglia contro la
sostanza tossica. Secondo gli scienziati le alghe marine possono essere
usate anche per decomporre anche altre sostanze contaminanti. Per
accertarlo si dovranno comunque effettuare altre ricerche.
Impulsi
elettrici dei pesci
Ricercatori
del Laboratoire de Biologie du Comportement di Grenoble hanno svolto
un'attenta analisi scientifica sulle strategie di orientamento dei pesci
elettrici, che vivono nei corsi d'acqua situati in Africa e in Sud
America.
I risultati delle sperimentazioni, svolte in laboratorio con pesci
allevati in un acquario, hanno suggerito che questi pesci si orientano
nell'ambiente circostante mediante impulsi o onde elettrici. Un tipo di
orientamento che si differenzia totalmente con quello degli altri animali
che si servono invece dell'udito, dell'olfatto e della vista per scrutare
l'ambiente che li circonda.
Il team scientifico, composto da biologi e neuroscienziati, sostiene che
il “senso elettrico” di questo tipo di pesci ha un'acutezza molto più
sottile di quanto si pensi: essi determinano la forma e l'orientamento di
un oggetto solo mediante la generazione di un campo elettrico e
l'osservazione della sua distorsione. Inoltre, i pesci riescono a
differenziare, mediante il tipo di ripiego del campo elettrico, un essere
vivente, come un altro pesce, che produce anch'esso un campo elettrico,
con un oggetto statico, come ad esempio una roccia. Questa capacità –
secondo gli scienziati – è importante per procurarsi il cibo di notte.
Anche secondo precedenti studi l'utilizzo, da parte dei pesci elettrici,
del senso elettrico e del tatto ha come scopo quello di stabilire le forme
e le tipologie degli oggetti circostanti. Ma secondo il nuovo studio, i
cui risultati sono stati pubblicati dal periodico "Current Biology",
il “senso elettrico” sarebbe più che sufficiente.
Censimento
della Vita Marina
Sono
state scoperte quasi 210mila specie marine, ma ne rimangono ancora da
scoprire all'incirca altre 2 milioni fra cui quasi 1 milioni di tipi di
nematodi, piccolissimi vermi che vivono nei fondali marini. Questo è
l'annuncio dato lo scorso mese di ottobre 2003 nel corso di una conferenza
scientifica, tenutasi a Washington, che ha presentato gli sviluppi di
“Census of Marine Life”, il Censimento della Vita Marina. Una
ambiziosa iniziativa scientifica che ebbe inizio tre anni fa con lo scopo
di creare un dettagliato database di tutte le forme
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viventi
che abitano nei mari. Furono proprio alcuni biologi marini ad avere
la brillante idea di sfruttare le nuove tecnologie per creare un
“catalogo” di tutte le specie marine, comprese quelle
microscopiche. Un censimento di questo tipo potrebbe rivoluzionare e
quindi anche facilitare la documentazione della biodiversità, i
criteri di distribuzione e le quantità delle varie specie marine.
Il progetto partì con una sovvenzione finanziaria della fondazione
Alfred P. Sloan di New York. Il progetto cresce in continuazione
grazie alla collaborazione di un team composto da 300 ricercatori di
53 nazioni che lavorano su più direzioni. Il tutto ha come scopo
finale quello di mettere a punto una imponente fonte di informazioni
online di tutti gli esseri viventi marini. Il costo finale del
progetto è stato stimato a circa 1 miliardo di dollari.
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La
chitina oceanica
Ricercatori
della Johns Hopkins University di Baltimora hanno svolto uno studio per
determinare come i batteri possano avvertire la presenza della chitina,
una sostanza oceanica altamente insolubile nota con il nome di “neve
marina”. Secondo alcune stime, gli organismi marini producono
annualmente mille miliardi di tonnellate di chitina. Questo composto ha
delle proprietà di durezza talmente elevate da essere impiegato come
abrasivo nell'ambito della pulizia.
Nel processo biochimico, il polisaccaride si deposita sul fondo del mare
e, nel contempo, i batteri provvedono a decomporlo con lo scopo di
ottenere energia, riciclando i due elementi che lo costituiscono in forme
utilizzate da altri organismi: il carbonio e l'azoto. Lo studio ha
appurato un degrado della cascata di segnalazione responsabile della
degradazione batterica della chitina.
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I
ricercatori hanno effettuato una singolare sperimentazione. Essi
hanno prodotto mutazioni casuali nei batteri di una qualità di
Vibrio. Fra questi, hanno cercato di individuare uno che potesse
decomporre la chitina senza però individuarla. Il genoma del
mutante è stato poi analizzato scoprendo che il batterio aziona un
meccanismo di segnalazione a due componenti, una metodologia ovvia
nell'ambito della trasduzione dei segnali. In pratica, il meccanismo
segue questa procedura: la molecola, conosciuta come proteina CBP,
capta al di fuori della cellula gli zuccheri che contraddistinguono
la chitina. Successivamente, la molecola CBP lancia un segnale alla
molecola ChiS, che innesca il processo conduttore alla degradazione
della chinina. Lo studio è stato pubblicato dal periodico
“Proceedings of the National Academy of Sciences”. |
L'alga
focus
Le
fasce delle scogliere, delle zone temperate ed artiche, che restano
scoperte quando il livello del mare decresce per effetto della bassa
marea, si presentano frequentemente ricoperte da uno spesso manto
giallo-bruno. Esso è formato da alghe brune, tra le quali abbonda il
fucus o quercia marina. In estate, sotto i fucus si possono trovare
granchi e gamberetti. Inoltre è al riparo delle alghe che si sviluppano
numerose larve. Perciò, per evitare un impoverimento della fauna marina
costiera, è prudente non distruggere i fucus e le altre alghe.
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D'altra
parte, là dove vivono particolarmente abbondanti, numerose piantine
di fucus sono divelte dalle onde ad ogni mareggiata ed i loro
frammenti vanno ad ammucchiarsi sulle spiagge. Lì queste alghe
possono essere raccolte e trasportate in campagna, dove sono
utilizzate come concime. Il focus è costituita da lamine
ramificate, percorse da una costa mediana; questa non contiene vasi
conduttori, ma è soltanto un ingrossamento. Alla base, il fucus è
fissato alla roccia mediante alcuni filamenti adesivi che non hanno
funzione assorbente. Le lamine presentano qua e là delle bolle
ovoidali, dette vescichette, che scoppiano se le si schiaccia tra le
dita: sono una specie di galleggianti pieni d'aria che
alleggeriscono le lamine e le mantengono verticali nell'acqua
durante l'alta marea. |
II
fucus contiene due sostanze colorate:
- un pigmento bruno, solubile in acqua bollente non salata;
- un pigmento verde, insolubile in acqua: è clorofilla.
Le estremità di alcune lamine presentano rigonfiamenti riproduttori,
costellati di sporgenze, ognuna delle quali è provvista di un foro. La
sezione di un rigonfiamento mostra che ogni sporgenza corrisponde ad una
piccola cavità sferica.
II fucus muore se resta più di 5 o 6 ore fuori dell'acqua. Questo è il
motivo per cui tali alghe si trovano solo sulle rocce che l'acqua, nel
corso dell'alta marea, sommerge. Esposto alla luce, grazie alla
clorofilla, il fucus assorbe l'anidride carbonica disciolta nell'acqua e
la decompone. II carbonio serve a fabbricare le sostanze organiche di cui
l'alga ha bisogno per vivere e crescere.
In primavera, durante la bassa marea, i rigonfiamenti riproduttori sono
ricoperti di una sostanza gelatinosa che esce dalle aperture delle cavità
sferiche. Su alcune piantine di fucus vi è una sostanza gelatinosa di
color arancio: essa contiene dei piccoli sacchi ovoidali che si sono
formati, nelle ca vità sferiche, sopra alcuni peli ramificati. Su altre
piantine di fucus, invece, vi è una sostanza gelatinosa verdastra; essa
contiene dei sacchi visibili ad occhio nudo. Nelle cavità sferiche questi
sacchi erano attaccati a peli corti, non ramificati.
All'alzarsi dell'alta marea, i sacchi arancioni e i verdastri assorbono
l'acqua, si gonfiano e si spaccano:
- 64 corpuscoli, ognuno munito di due ciglia, fuoriescono da ogni
sacco arancione;
- 8 sfere, chiamate oosfere, escono da ciascun sacco verdastro.
I corpuscoli nuotano nell'acqua di mare, per mezzo delle ciglia mobili di
cui sono muniti, e possono addossarsi alle oosfere. Quando uno di questi
corpuscoli penetra in una oosfera, si dice che I'oosfera è stata
fecondata e che si è formato un uovo. Ben presto l'uovo si divide in due;
poi ognuna delle due metà si divide a sua volta, e così di seguito. Si
forma quindi una nuova piantina di focus: essa può essere sia maschile
che femminile (quando le si potrà distinguere?).
| Altri
tipi di alghe |
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Il
sargasso
Contrariamente
ad altre alghe brune che amano le acque fredde, il sargasso cresce
principalmente nei mari caldi (Mare dei Sargassi); si trova anche
nel Mediterraneo. Si riconosce facilmente perché il suo tallo
simula una pianta con foglioline e frutti: questi ultimi sono
vescicole piene d'aria che ne assicurano il galleggiamento. Ha
elevato potere nutritivo, per cui alcuni popoli se ne cibano.
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Lattuga
di mare
È
un'alga verde molto frequente nei mari europei. Deve il suo nome
alla forma di tallo laminare e ondulato che la fa assomigliare ad
una foglia d'insalata.
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La
laminaria
Quest'alga
bruna resta allo scoperto solo durante le maree più accentuate. Le
sue lamine larghe, dai bordi pieghettati, sono fissate alla roccia
da grosse cordonature.
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Muta
la salinità oceanica
Ricercatori
dello statunitense Woods Hole Oceanographic Institution (WHOI), del
britannico Centre for Environment, Fisheries, and Aquaculture Science (CEFAS)
e del canadese Bedford Institute of Oceanography, hanno presentato i
risultati di uno studio, divulgato dal periodico “Nature”, sui
mutamenti dei tassi di salinità degli oceani negli ultimi 40 anni.
Si è appurato che i livelli di salinità degli oceani tropicali hanno
subito un importante incremento a scapito delle aree oceaniche situate in
prossimità dei poli terrestri. Alla base di questa anomalia vi sarebbero
i cambiamenti climatici che avrebbero completamente sfasato il meccanismo
regolatore dell'evaporazione, delle piogge e dei processi che regolano
l'acqua dolce su scala mondiale.
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Questo
studio ha destato molta preoccupazione tra i ricercatori perché
rappresenta una prova inequivocabile dell'intensificazione del ciclo
dell'acqua su scala planetaria, in particolare di quella dolce che
è di vitale importanza in molte regioni della Terra. Inoltre,
Questo studio conferma che il riscaldamento globale è strettamente
correlato con il fenomeno dell'evaporazione degli oceani, fenomeno
destinato ad aumentare con l'incremento della temperatura. Lo studio
è stato finanziato dalla National Science Foundation (NSF).
|
Le
mutazioni del fitoplancton
I
piccoli organismi che vivono in sospensione nel mare e nelle acque dolci,
e si lasciano trasportare passivamente dalle correnti, vengono indicati
col termine plancton. Nel plancton vengono distinti tre grandi gruppi che
includono le forme ad organizzazione cellulare più primitiva (batteri),
gli organismi fotosintetici autotrofi, in grado di sintetizzare
autonomamente sostanza organica(fitoplancton) e i piccoli animali (zooplancton).
Negli ecosistemi
acquatici il fitoplancton ricopre un ruolo fondamentale in quanto
costituisce un importante anello della catena alimentare nelle acque dolci
e marine, garantendo il flusso di materia ed energia necessario per il
mantenimento degli eterotrofi, i quali si nutrono a spese di sostanze
organiche già elaborate da altri organismi. Il fitoplancton costituisce
il cibo dello
 |
zooplancton
erbivoro, il quale a sua volta è predato dallo zooplancton
carnivoro e da pesci che, a loro volta, diventano cibo per i grandi
piscivori.
Un'analisi delle acque oceaniche ha riservato delle sorprese ad un
team di scienziati statunitensi e canadesi: le piante che vivono in
mare (fitoplanton), hanno come colore dominante il rosso. Biologi
della Rutgers State University of New Jersey pensano che questo
cambiamento di colore risalga a 250 milioni di anni fa. Prima di
questo periodo sia le piante terresti che quelle acquatiche erano
verdi, ciò che ha condotto a questo cambiamento è stata una
diversa quantità di ossigeno dovuta ad un cataclisma.
|
|
Gli
scienziati hanno analizzato il fitoplanton ed hanno trovato la
conferma che 250 milioni di anni fa il contenuto di ossigeno
presente nell'acqua si ridusse drasticamente portando alla morte
l'85 per cento degli organismi viventi. Secondo Paul G. Falkowski,
docente di biofisica ambientale ed ecologia molecolare, questo
evento ha consentito al fitoplanton di color rosso di prendere il
sopravvento su quello verde e di conseguenza anche le piante
terrestri che ereditarono il colore verde dai loro antenati marini,
dovendo ripopolare la Terra riprodussero il colore rosso. L'evento
che ha causato questo potrebbe essere stato una collisione extra
terrestre oppure potenti eruzioni vulcaniche avvenute alla fine del
Permico, in ogni caso tutto questo ha permesso l’avvento dei
dinosauri. Questo articolo è stato pubblicato dalla rivista
“Nature”.
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 |
I
delfini come l'uomo
L’uomo non è l’unico essere vivente sulla terra ad avere capacità di
scelta e provare incertezza e dubbi. Come lui le scimmie, ma anche I
delfini. Proprio come l’uomo questi animali esitano davanti alle scelte
complicate, mostrano in pratica una certa consapevolezza “nel non
sapere”. A sostenere la tesi è David Smith, psicologo dell’università
dello Stato di New York che, dopo aver condotto alcuni esperimenti su
alcuni esemplari di queste specie ha scoperto che in certe situazioni
“certe scimmie e certi delfini sono in grado di chiedersi cosa sia
giusto o sbagliato”. Si
tratta di una dote che non tutti gli animali possiedono. I topi, ad
esempio decidono istintivamente. Secondo Smith e altri due colleghi che
hanno condotto la ricerca con lui le reazioni dei delfini e delle scimmie
sono in tutto e per tutto paragonabili a
 |
quelle
di un bambino di pochi anni.
Gli studiosi hanno insegnato ad un delfino a riconoscere un suono
basso da uno alto. Dopodiché, servendosi di un'interfaccia dotata
di 3 grossi pulsanti, l’hanno addestrato a pigiare il primo tasto
in caso udisse un suono grave (basso) e il terzo tasto nel caso in
cui ne avesse sentito uno acuto (alto). Finché il suono era
riconducibile alla prima o alla seconda famiglia l’animale non ha
dato cenni di difficoltà, le cose sono cambiate però nel momento
in cui il suono proposto si trovava acusticamente al centro e non
era pertanto facilmente classificabile. In questi casi il delfino,
indeciso e vistosamente perplesso, andava a schiacciare il secondo
pulsante… quello centrale. |
“Tra
gli esseri umani, i delfini e le scimmie – ha spiegato Lori Marino,
neurologa dell’università Emory - potrebbe esserci un comune modello
conoscitivo”. Probabilmente questi animali riescono a formulare pensieri
embrionali. Ma non tutti gli esperti sono ovviamente concordi. Clive Wynne,
specialista del comportamento degli animali si è detto scettico. “Mi
piacerebbe essere nel torto – ha detto - ma il delfino e le scimmie sono
stati semplicemente addestrati a reagire in questo o quel modo alle
sollecitazioni dei loro sperimentatori. Se tu premi un animale con del
cibo quando indovina, come hanno fatto Smith e i suoi colleghi, l’esito
del test è obbligato”. Smith risponde immediatamente dicendo che se così
fosse anche i topi si sarebbero comportati allo stesso modo.
5000
nuove specie in mare
Partito nel duemila il
programma “Census of Marine Life” (Coml) impegna 300 scienziati in 53
nazioni nel mondo. L¹intero progetto è sostenuto dalla Sloan Fondation
per un miliardo di dollari. Il lavoro dovrebbe concludersi nel 2010, ed i
risultati del primo triennio di lavoro sono già “straordinari”. A
fronte della percezione di scomparsa delle specie suscitata da molte
associazioni ambientaliste, i ricercatori impegnati nel censimento hanno
presentato una realtà completamente diversa. Finora sono state rinvenute
160 nuove specie di pesci ogni anno, con una media di tre alla settimana.
A queste vanno aggiunte 1.700 nuove specie di altri animali e piante. Il
totale delle nuove specie catalogate in tre anni è di 5.580.
Gli scienziati del progetto (Coml) hanno esplorato con sommergibili
abitati o automatici zone di mare mai viste, a profondità mai raggiunte,
come la zona di frattura Charlie-Gibbs nel Nord Atlantico. Tra le scoperte
più eclatanti una nuova specie di pesce scorpione, trovato nell¹oceano
Indiano e catalogato come Scorpaenopsis vittapinna, stranissime stelle
marine, sconosciute forme tubolari. Nel Golfo Persico è stata trovata una
specie di medusa rossa con potenti tentacoli e una seppia gigantesca.
Questo tipo di seppie nuotano ad una tale velocità che non è stato
possibile catturarne nemmeno una. Per ora è stata solo fotografata.
Nel Mediterraneo è stato scoperto un nuovo tipo di pesce topo (Caelornchus
mediterraneus) con una coda filante. Secondo quanto riportato dal Corriere
della Sera, il professor Ronald O¹Dor, scienziato capo del programma,
avrebbe raccontato: «Abbiamo scoperto lungo le coste della Florida nuove
specie di spugne luminose e 500 nuove specie di sedimenti abissali davanti
all¹Angola». Gli scienziati hanno raccontato che nella prima fascia di
mare spessa circa duecento metri dove i raggi solari sono capaci di far
sentire la loro azione nuotano ventimila specie di pesci. Altre ventimila
specie si ritiene abitino nelle medie profondità mentre diverse centinaia
di migliaia si muovono silenziose sino alla profondità di cinque
chilometri sopravvivendo senza il normale ossigeno e a pressioni
impossibili.
«È soprattutto qui - ha detto il prof. O¹Dor - che possono esistere
numerosi animali mai catturati e battezzati in grado di sopravvivere solo
in quelle profondità perché se li portassimo a galla cambierebbero
addirittura forma a causa del cambiamento della pressione». Franco
Andalore dell¹istituto di ricerca applicata al mare del Ministero dell¹Ambiente
ha precisato che a consentire i nuovi risultati è soprattutto la
disponibilità di una tecnologia fino a poco tempo fa inesistente. «Oggi
si riesce a esplorare nicchie ambientali prima irraggiungibili, proprio
perché disponiamo di strumenti sofisticatissimi che estendono le facoltà
umane. Ma nello stesso tempo possiamo anche utilizzare le nuove tecniche
di indagine genetica con le quali si raccolgono le prove della diversità
della specie».
In vendita nel 2005 il pino “giurassico”
GWN - Saranno messe in commercio nel 2005 le prime piante del pino di
Wollemi un albero che cresceva sulla terra nell¹Era Giurassica, e si
pensava estinto da ben 175 milioni di anni. Il pino fu scoperto nel 1994
nelle Blue Mountains a ovest di Sydney. I botanici sono riusciti a
coltivare la pianta al di fuori della sua nicchia ecologica: i germogli
verranno venduti a scienziati, ricercatori e giardini botanici nel mondo.
Trovata in India una nuova specie di rospo color rosso porpora
GWN Una nuova specie di rospo, che si presume che sia venuta la luce
130 milioni di anni fa è stata recentemente scoperta nelle Gaths
Occidentali, una catena montuosa nel sud dell'India. La nuova specie di
rospi coloro rosso porpora è stata denominata Nasikabatrachus
sahyadrensis. La scoperta è talmente incredibile che per questa specie
gli scienziati hanno creato una nuova famiglia Nasikabatrachidae, di cui
il rospo è per ora l¹unico rappresentante. Secondo Franky Bossuyt, il
biologo che l¹ha descritta, sarebbe imparentata con una specie di rospi
che vive alle isole Seychelles a circa 3000 chilometri di distanza.
Oceani
tutti da scoprire
Dall’evoluzione
degli oceani alle risorse nascoste in fondo al mare: di questo si è
parlato, lo scorso 17 ottobre (2003), durante il convegno Perforazione
scientifica degli oceani organizzato dall’Istituto nazionale di
oceanografia e geofisica sperimentale (OGS) di Trieste e dal Cnr,
Consiglio nazionale delle ricerche. L’incontro ha rappresentato anche
l’occasione per discutere il sempre più attivo ruolo della comunità
scientifica italiana nell’ambito del programma internazionale ODP, Ocean
Drilling Program.
 |
Nel
2004, infatti, alla nave da perforazione industriale, che da oltre
30 anni scandaglia i fondali di tutti gli oceani, si aggiungeranno
nuove unità di perforazione a scopo scientifico americane e
giapponesi. All’Europa spetterà il compito di esplorare i fondali
degli oceani polari, le ultime aree sconosciute della Terra. In
questo ambito l’Italia, presente nel Programma dal 1985, si
appresta ad un impegnativo salto di qualità in un settore di
frontiera quale l’oceanografia geologica. “È opinione diffusa
della comunità scientifica italiana – secondo il dr. Angelo
Camerlenghi, dell’OGS di Trieste – che l’Italia non possa
rimanere al margine di queste ricerche che, analogamente alle
ricerche spaziali, vedono sviluppo tecnologico, ricaduta sociale e
curiosità scientifica procedere di pari passo in un’unica grande
struttura organizzativa”.
|
Il
73 per cento della Terra, come è noto, è coperto dalle acque degli
oceani dei cui fondali e dei cui segreti l’uomo conosce una minima
parte. L’Odp, attuando progetti di ricerca avanzati dagli studiosi dei
vari Paesi partecipanti e con gli oltre 1000 pozzi perforati, ha
recuperato campioni di rocce e di sedimento il cui studio ha permesso di
verificare e confermare la teoria della tettonica a zolle, confermare
l’inversione periodica del magnetismo terrestre, scoprire il
disseccamento del Mediterraneo, avvenuto circa 5 milioni di anni or sono,
conoscere i cambiamenti climatici globali avvenuti nel passato senza
l’intervento dell’uomo e l’impatto dell’effetto serra sulla vita
degli oceani per il riscaldamento del pianeta dovuto alle immissioni di
CO2 dai vulcani.
Le conoscenze acquisite dai ricercatori impegnati nel programma hanno
permesso, tra l’altro, di costituire un archivio di informazioni sul
clima del passato utili per comprendere l’evoluzione del clima nel
futuro. Ma l’ODP vanta anche ricadute interessanti dal punto di vista
economico-sociale, come l’individuazione di estesi depositi di metano
naturale, presenti in sedimenti superficiali allo stato solido, idrato, la
cui riserva è di gran lunga superiore a quelle conosciute in giacimenti
tradizionali, tanto che gli Stati Uniti, il Giappone e la Corea hanno
stanziato ingenti somme per valutarne la potenzialità economica di
sfruttamento.
Balene
sottostimate
Genetisti
statunitensi dell'Università di Stanford, sostengono che prima di dare
corso alla caccia delle balene si è letteralmente sbagliata la stima del
loro numero, in particolare degli esemplari che abitavano nell'Oceano
Atlantico settentrionale. Questa supposizione non giova certo a quei paesi
che si battono per la revoca della moratoria sulla caccia delle balene per
fini commerciali siglata 17 anni fa dall'International Whaling Commission
(IWC).
|
Secondo
quanto stabilito dall'IWC, la caccia delle balene a scopi
commerciali può essere fatta solamente al raggiungimento di una
quota numerica delle popolazioni pari almeno alla metà dei valori
storicamente stimati. Ma il problema di fondo - secondo i
ricercatori dell'Università di Stanford – è che l'IWC si basa,
per le sue stime, su dati del diciannovesimo secolo mai avvalorati. Altri
ricercatori dell'Università di Harvard, pur confermando che le
stime precedente- |
 |
mente
fatte non sono assolutamente attendibili, hanno concentrato i loro studi
nell'ambito della genetica con lo scopo di verificare la loro attendibilità.
Essi hanno analizzato il DNA delle balene che abitano il Nord
dell'Atlantico e hanno scoperto che, prima della caccia, gli esemplari
potrebbe aver raggiunto un numero fino a dieci volte superiore rispetto a
quanto stimato dall'International Whaling Commission. La scoperta è stata
pubblicata dal periodico "Science".
Nuove
specie di pesci
Un team internazionale di ricercatori dell’organizzazione ambientalista
Conservation International (CI), ha individuato alcune nuove specie di
pesci nel fiume Causa in Venezuela. Una di queste rappresenta da un
piccolo pesce, lungo cinque centimetri, con una coda di colore rosso
sangue, conosciuto con il nome di Aphyocharax yekwanae. Oltre a questa,
sono state individuate altre dieci specie di pesci durante una spedizione
dell’Aquatic Rapid Assessment Program (AquaRAP) della CI all'interno del
bacino del fiume Caura nel novembre 2000. La descrizione delle dieci
specie deve ancora essere redatta.
 |
Il fiume
Causa è situato in una delle zone più incontaminate del Venezuela.
La spedizione dell' AquaRAP, che aveva come scopo quello di
constatare la diversità biologica dell'area, ha individuato nel
fiume Caura ben 399 tipi di piante e 278 specie ittiche, tra cui le
nuove dieci specie di pesci e una di gamberi. Vista la grande
ricchezza biologiche che fa dell'area una zona molto preziosa da un
punto di |
vista naturalistico, il team di ricercatori cercherà ora di convincere le
autorità venezuelane a dichiararla zona protetta visto che essa è
seriamente minacciata dai disboscamenti, dall'espansione agricola e da un
progetto di una diga idroelettrica.
I
pesci soffrono il dolore
È
stato provato da scienziati britannici che la sensazione del dolore viene
percepita anche dai pesci. Questa scoperta, viene a completamento di una
precedente ricerca che affermava già che il dolore poteva essere
percepito dai mammiferi e dagli uccelli, mentre era ipotizzato che i pesci
non fossero in grado di avvertire tale sensazione.
È stato osservato da scienziati, del Roslin Institute e dell’Università
di Edimburgo, che nel cervello delle trote prese in esame esiste un'area
specifica associata direttamente alla rilevazione della sensazione del
dolore. I pesci, inoltre, risponderebbero anche a sostanze nocive.
Inoltre, gli scienziati hanno cercato di scoprire la presenza o meno di
nocicettori, specifiche aree cerebrali specializzate nella
 |
risposta
a stimoli di depauperamento dei tessuti. Applicando alla testa di
pesci anestetizzati stimoli meccanici di diversa natura si sono
scoperti, dopo l'analisi dell'attività neurale, 58 recettori
rispondenti almeno ad uno stimolo. Di questi, almeno ventidue
possono essere classificati recettori perché rispondenti a diversi
stimoli, quali la pressione, la reazione al riscaldamento dei
tessuti a temperature superiori ai 40 gradi Celsius. Inoltre, ben 18
recettori rispondono a stimoli chimici comuni a tutti gli animali
compreso l’ uomo. La scoperta è stata divulgata dal periodico
“Proceedings of the Royal Society London B”. |
Lo
zebrafish rigenera il suo cuore
Diverse
ricerche hanno dimostrato come diversi invertebrati riescano a rigenerare
i propri organi danneggiati, meccanismo del tutto ignoto per la scienza.
Ora, uno studio, svolto da ricercatori dell’Howard Hughes Medical
Institute, suggerisce che il pesce zebra ( zebrafish ) è in grado di
rigenerare i muscoli cardiaci.
|
Dopo
aver asportato in 20 per cento del cuore di un pesce zebra, i
ricercatori hanno potuto osservare che, dopo circa sessanta giorni,
il pesce era riuscito a rigenerare la massa asportata. Mentre i
pesci con una mutazione indotta in un gene specifico erano riusciti
a riparare il danno solo parzialmente. Inoltre, il pesce zebra può
rimettere in sesto quasi ogni tipo di organo.
Lo
studio, che è stato reso noto dal periodico “Science”, potrebbe
permettere una maggior conoscenza dei meccanismi della
rigenerazione. Ciò potrebbe favorire lo sviluppo di strategie
farmacologiche atte a riparare anche gli organi danneggiati degli
esseri umani.
|
 |
ISMAR-CNR
sotto l'oceano
La
prestigiosa rivista Nature ha dedicato un articolo e l’immagine di
copertina dell’ultimo numero ad uno studio sulle Dorsali Medioceaniche
effettuato da ricercatori dell’Istituto di Scienze Marine del Consiglio
Nazionale delle Ricerche (ISMAR-CNR) di Bologna, diretto da Enrico Bonatti:
un viaggio sotto il fondo dell’Oceano Atlantico per ricostruire la
risalita dall’interno della Terra di materiale caldo (oltre 1200° C)
situato sotto le Dorsali, che determina la formazione della crosta
terrestre, in uno scenario di vulcanismo e sismicità intensi che può
persino influenzare il livello del mare e il clima.
Avventurarsi sotto il fondo dell’Oceano Atlantico, all’interno della
Terra, per scoprirne i segreti. Una sfida che Giulio Verne ha descritto in
un suo famoso libro, e nella quale si sono cimentati ora i ricercatori
dell’Istituto di Scienze Marine del Consiglio Nazionale delle Ricerche
di Bologna (ISMAR-CNR), che grazie a un sofisticato sottomarino francese e
a navi oceanografiche italiane e russe hanno esplorato il fondo
dell’Oceano fino ad una profondità di quasi 6000 metri. Una ricerca che
li ha visti impegnati per anni e che ora la prestigiosa rivista Nature
racconta in un articolo pubblicato sull’ultimo numero, che in copertina
riporta anche una immagine tratta dalla ricerca.
"Le Dorsali Medioceaniche – spiega Enrico Bonatti, Direttore
dell’ISMAR-CNR di Bologna e coordinatore di questa ricerca – sono
strutture fondamentali del nostro Pianeta. Si tratta di una catena
montuosa che si estende per oltre 60 mila chilometri sul fondo degli
oceani: 2/3 della crosta terrestre si formano infatti lungo l’asse delle
Dorsali, dove si concentrano l’80% del vulcanismo e buona parte della
sismicità e perdita di calore e gas del nostro Pianeta. La lenta risalita
dalla profondità di centinaia di chilometri al di sotto delle Dorsali di
materiale caldo provoca la formazione della crosta suboceanica
accompagnata da vulcanismo, terremoti e perdita di gas".
"Le nostre ricerche – prosegue Bonatti - hanno portato ad una serie
di risultati nuovi ed inaspettati, in quanto siamo riusciti a determinare,
per la prima volta, la velocità con cui il mantello terrestre risale
sotto la Dorsale, pari a 25 millimetri all’anno: un dato essenziale per
capire i meccanismi di formazione della crosta oceanica. Abbiamo poi
scoperto che la temperatura del materiale profondo che risale sotto la
Dorsale MediAtlantica, pur se soggetta a oscillazioni nel tempo, è
aumentata gradualmente negli ultimi 20 milioni di anni e,
conseguentemente, è aumentato anche lo spessore della crosta terrestre
dell’Atlantico. Questi risultati possono sembrare molto
"remoti", ma dobbiamo considerare che nel nostro Pianeta i
processi profondi sono strettamente legati a quelli superficiali".
Un aumento della temperatura del mantello suboceanico causerà quindi un
incremento dello spessore crostale, un "rigonfiamento" del fondo
degli oceani e, di conseguenza, un innalzamento del livello del mare e
delle emissioni di gas, come CO2 e metano, dalla Dorsale; gas che, finendo
nell’atmosfera, potrebbero influenzare in tempi geologici il clima del
nostro Pianeta.
"Questa ricerca – conclude il ricercatore del CNR, professore
ordinario di geodinamica all’Università di Roma "La Sapienza"
– dimostra che la scienza italiana è in grado di portare avanti studi
di eccellenza, con pochi fondi e in un contesto generale che sembra fare
di tutto per scoraggiare i nostri sforzi".
Sempre
meno pesci
Secondo una ricerca, svolta da Ransom Myers, biologo della Dalhousie
University in Canada, negli oceani sarebbe rimasto solo il 10 per cento di
tutti i pesci di grandi dimensioni. Un declino devastante, iniziato dal
1959 con la nascita della pesca industriale, che ha colpito
indistintamente sia i pesci che vivono in mare aperto, sia le specie che
vivono sui fondali, dai tropici ai poli.
La pesca industriale - spiega Ransom Myers - è la principale responsabile
dello scempio che ha praticamente ripulito tutti gli oceani del mondo. Gli
studi hanno appurato che per ridurre ogni comunità di pesci a un decimo
della sua popolazione l'industria della pesca impiega solamente dai 10 ai
15 anni. Si è appurato che in tutti i mari del pianeta scarseggiano
sempre di più specie come il gigantesco marlin azzurro, il tonno, i
merluzzi dell'Artico, le cernie tropicali, ecc.
|

Un
esemplare di marlin azzurro
|
Secondo
Boris Worm dell'Università di Kiel, in Germania, coautore della
ricerca, anche le stesse industrie della pesca segnalarono a suo
tempo una repentina scarsità delle quantità di pesce pescato. Lo
scenario è davvero preoccupante - continua Bosis Worm – perché
nessun ente internazionale, e tanto meno i governi, ha previsto
l'impatto che un simile deterioramento poteva avere sugli ecosistemi
marini. Infatti, il ridimensionamento numerico della megafauna, dei
grandi predatori e delle specie di maggior valore non solo minaccia
l'esistenza delle stesse specie e pure delle industrie che dipendono
da loro, ma potrebbe provocare delle modificazioni di tutti gli
ecosistemi oceanici, con imprevedibili conseguenze. Lo studio è
stato pubblicato dal periodico "Nature". |
Un
nuovo cavalluccio marino
Sara Lourie, biologo marino e dottorando alla McGill University di
Montreal, in Canada, nonché membro del team del “Project Seahorse”,
ha individuato il cavalluccio marino più piccolo del mondo, che si va
aggiungere alle 32 specie già conosciute di cavallucci marini. I
 |
maschi
di questa specie di cavalluccio marino, battezzata da Sara Lourie
con il nome di Hippocampus denise, raggiungono una lunghezza di
appena 16 millimetri. Una dimensione che li ha fatti in passato
spesso confondere con la prole di una delle 32 altre specie. Il
nuovo cavalluccio marino vive fra i coralli più profondi ed è
molto abile nel camuffamento. Due fattori che giocano a suo favore.
Con pochi avvistamenti non si può certo accertare con precisione se
sia o meno sottoposto a rischi. Tuttavia, sembrerebbe che i
nuotatori e sommozzatori gli diano la “caccia” per poterli
ammirare. Secondo Sara Lourie, questo turismo subacqueo potrebbe
anche metterli in pericolo.La nuova specie di cavalluccio marino è
stata descritta dal periodico “Zoological Studies”.
|
Come
si produce il pesce allevato
Ogni anno circa 80 milioni di tonnellate di pesce vengono prelevate dai
mari e dagli oceani di tutto il mondo. Non tutto questo pesce finisce nei
nostri piatti. Più di un terzo è usato per produrre farina di pesce o
olio di pesce. Ma neanche questi finiscono tutti in prodotti alimentari o
altri prodotti di consumo diretto: due terzi sono usati per gli
allevamenti di pesce del settore dell'acquacoltura. Quello dell'acquacoltura
è uno dei settori industriali alimentari in maggiore crescita nel mondo.
L'aumento del settore di allevamento di specie ittiche è alimentato in
gran parte della crescente domanda di pesce di alta qualità come il
salmone o la trota. Queste sono specie carnivore che in libertà si
nutrono di pesci più piccoli, calamari e altri crostacei. Quando vengono
allevati in cattività, invece, sono nutriti con palline composte in gran
parte da farina e olio di pesce che provengono da piccoli pesci pieni di
spine come acciughe, sardine, sgombro e aringhe.
Alcune di queste specie sono destinate anche per il consumo umano, ma
altre sono usate solo per fare questi prodotti. Secondo una stima cauta
del WWF, servono 4 kg di pesce selvatico per produrre 1 kg di pesce
allevato. L'industria dell'acquacoltura attualmente consuma il 70% della
produzione mondiale di olio di pesce e il 34% delle farine di pesce. Gli
allevamenti di salmone e trota da soli consumano il 53% della produzione
mondiale di olio di pesce. E se l'allevamento di pesce continuerà a
crescere al ritmo attuale, entro il 2020 l'industria del settore potrebbe
usare tutta la produzione di olio di pesce e la metà delle farine di
pesce. Ma i pesci di piccola taglia non sono risorse infinite e molte
popolazioni sono già sfruttate oltre il limite di rigenerazione, come
alcune specie che vivono lungo la costa del Perù e del Cile. Il pescato
di sardine in Sud America, per esempio, è diminuito drasticamente da 6.5
milioni di tonnellate nel 1985 a 60,000 tonnellate nel 2001 a causa di El
Nino e della pesca eccessiva.
Anche alcune specie dell'Atlantico nord orientale sono sovrasfruttate. Il
declino di questi pesci non è solo un problema per gli allevamenti, ma
anche per gli ecosistemi. Essi infatti sono prede di altri pesci, uccelli
e mammiferi. L'eccessivo sfruttamento significa meno cibo per i merluzzi,
gli eglefini, i tonni, o le orche. È ironico che l'allevamento di pesce
sia pubblicizzato come un modo per diminuire la pressione sulle risorse
ittiche selvatiche. La gestione sostenibile della pesca è possibile. Ci
sono alternative anche per l'olio e la farina di pesce. L'uso crescente
delle interiora di pesce catturato per il consumo umano è una possibile
soluzione che è poco considerata. Negli ultimi anni, gli allevamenti di
pesce in mare stanno superando quelli sulla terra. Il risultato è che le
interiora vengono perse nell'oceano. Ma potrebbero essere usate per
l'alimentazione degli animali. Un altra alternativa è l'uso di proteine
vegetali. Ma anche le alternative presentano problemi. Ad esempio le
interiora dei pesci come le budella presentano quantità di sostanze
tossiche maggiori, come le diossine. Ad ogni modo, qualsiasi sia la
soluzione adottata, essa non deve causare danni agli ecosistemi marini.
L'Islanda
vuole cacciare le balene
Il
WWF ha condannato la richiesta dell'Islanda di poter ricominciare la
caccia su tre specie di balena. La proposta è stata inoltrata alla
Commissione Baleniera Internazionale e permetterebbe all'Islanda di
cacciare 250 esemplari all'anno. Il WWF ha chiesto al governo di ritirare
immediatamente la sua richiesta. L'Islanda è un'importante meta
dell'eco-turismo per via del whale watching, che genera molti più
guadagni di quanti se ne ricaverebbero dall'uccisione di specie
minacciate, sostiene il WWF. La caccia servirebbe per condurre ricerche
"scientifiche", ma gli ambientalisti sostengono che questo è
solo un pretesto, e che tutte le informazioni scientifiche possono essere
raccolte senza uccidere le balene.
Il WWF ha condannato la richiesta dell'Islanda di poter ricominciare la
caccia su tre specie di balena. La proposta è stata inoltrata alla
Commissione Baleniera Internazionale e permetterebbe all'Islanda di
cacciare 250 esemplari all'anno secondo le disposizioni sulla ricerca
scientifica della convenzione. Il programma proposto prevede la cattura di
100 esemplari di balenottera minore, 50 di balena Sei, e 100 di Balena Fin
ogni anno. Queste ultime specie sono classificate come
"minacciate" dall'IUCN ( World Conservation Union ). Sebbene
l'Islanda abbia inoltrato la proposta senza renderla pubblica, un
quotidiano di Reykjavik ha reso noti i dettagli: la caccia servirebbe per
condurre ricerche "scientifiche" sulla dieta dei cetacei, la
loro distribuzione, la grandezza delle popolazioni e la loro interazione
con le altre specie marine. Gli ambientalisti sostengono che questo è
solo un pretesto, e che tutte queste informazioni scientifiche possono
essere raccolte senza uccidere le balene.
|
Secondo
la Whale Conservation Society, i risultati degli studi sulla dieta
saranno usati solo per appoggiare falsi argomenti scientifici che
giustificano l'eliminazione delle balene al fine di proteggere le
risorse ittiche ( che secondo il Giappone sono in declino a causa
dei grandi cetacei, ndt ). Queste sono le stesse giustificazioni
usate dal Giappone che uccide 900 esemplari all'anno dietro la
bandiera della ricerca scientifica. La caccia commerciale non
ricomincerebbe prima del 2006, ha detto il governo islandese, mentre
il programma "scientifico" inizierebbe nel 2003, ma ancora
nulla di definitivo e' stato deciso. Il WWF ha chiesto al governo di
ritirare immediatamente la sua richiesta. L'Islanda è un'importante
meta dell'eco-turismo |
 |
per
via del whale watching, che genera molti più guadagni di quanti se ne
ricaverebbero dall'uccisione di specie minacciate, sostiene il WWF. Tra il
1986 e il 1989, dopo l'entrata in vigore della moratoria sulla caccia,
l'Islanda aveva già condotto un programma "scientifico"
catturando 120 esemplari di balena all'anno. Sette delle 13 specie di
grandi balene rimangono in pericolo nonostante i decenni di protezione.
Secondo
le stime della Commissione Baleniera Internazionale, nell'Atlantico
settentrionale rimangono tra i 21,000 e i 31,000 esemplari di balenottera
minore, tra i 27,000 e gli 82,000 esemplari di balena Fin, e 6,000-18,000
esemplari di balena Sei. L'Islanda è rientrata nella Commissione
Baleniera lo scorso Ottobre, dopo una controversa votazione che per un
solo voto ha riammesso il paese nella Commissione. Sempre in Islanda, una
coalizione internazionale di 120 ONG ambientaliste ha chiesto alle banche
private ed alle istituzioni finanziarie internazionali di non finanziare
la costruzione della diga Karahnjukar e la fonderia di alluminio. Se
realizzato, il progetto comprenderà la costruzione di nove dighe, tre
bacini idrici, una serie di tunnel e un impianto energetico da 690
megawatt. Questa è solo la prima di una serie di grandi dighe progettate
per fornire elettricità alle fonderie di alluminio della Alcoa
Incorporation. Le infrastrutture previste comporteranno un alto impatto
ambientale.
La Compagnia Energetica Nazionale Islandese intende raccogliere i
finanziamenti dalla Banca Europea per gli Investimenti (BEI), la Banca
Nordica per gli Investimenti (BNI), e dalle banche private. Il WWF, gli
Amici della Terra e le altre ONG ambientaliste hanno chiesto alla BEI ed
alla BNI di non fornire alcun prestito per la realizzazione del progetto.
Uno dei tunnel principali che si estenderà dal bacino idrico alla
centrale elettrica sarà costruito dalla società Italiana Impregilo.
È possibile esprimere il proprio dissenso al progetto mandando un'email
tramite questo URL:
http://www.foei.org/cyberaction/iceland.php
Cirripedi
in pericolo
Biologi della City University di Hong Kong, hanno scoperto che i nefasti
effetti delle radiazioni solari, causate dalla continua depauperazione
dello strato di ozono, sta sempre più minacciando la sopravvivenza degli
ecosistemi costieri. In particolare, i ricercatori hanno osservato che
queste radiazioni stanno accecando le larve dei cirripedi, minuscoli
crostacei marini. I recettori per la luce, presenti negli occhi dei
cirripedi, permettono loro di nuotare in superficie con lo scopo di
procurarsi il cibo. Ma le radiazioni ultraviolette, sempre meno schermate
dallo strato di ozono, riescono a penetrare il loro guscio danneggiando
irreparabilmente le cellule della retina impedendo loro di procurarsi il
cibo.
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Questa
è la causa - secondo i biologi - dell'imponente declino della
popolazione dei cirripedi verificatosi a Hong Kong, che ebbe il suo
inizio a partire dagli anni settanta. Il decesso delle larve –
continuano i biologi – potrebbe portare a un declino dell'intera
catena alimentare visto che gli elementi nutritivi e energetici
contenuti nelle larve sono indispensabili a molti predatori.
Inoltre, secondo ricercatori dell’Università internazionale di
Brema, in Germania, le potenti radiazioni ultraviolette potrebbero
danneggiare gli occhi di molti altri crostacei, fra cui granchi,
aragoste e gamberi. Tuttavia, secondo i ricercatori tedeschi,
bisognerà effettuare altre verifiche prima di lasciarsi andare a
eccessive preoccupazioni. Può darsi che gli organismi soggetti a
maggior sensibilità vengano soppressi, lasciando il posto a
organismi più resistenti.
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L'ipossia
degli oceani
Ricercatori della City University di Hong Kong, guidati dal dottor Rudolf
Wu, hanno svolto una ricerca per determinare le conseguenze sui pesci del
repentino abbassamento dei livelli di ossigeno negli oceani, fenomeno noto
come ipossia. Si è accertato che la scarsità di ossigeno può arrecare
gravi danni alla popolazione ittica: dal soffocamento all'incapacità di
riprodursi. Il fenomeno mette in serio pericolo l'esistenza di molte
specie.
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L'ipossia,
che provoca nelle carpe un danno endocrino e una diminuzione del
tasso di riproduzione, è stata aggiunta nella lista degli agenti
fortemente indiziati di avere un effetto negativo sul funzionamento
ormonale. Ora la lista cita pesticidi, molte tipologie di steroidi e
di metalli, la luce ultravioletta, e come "nuova entrata"
l'ipossia, che interessa ormai moltissime aree acquatiche del globo.
Secondo i ricercatori, l'ipossia deve essere considerata la più
pericolosa.
Il
fenomeno dell'abbassamento dei livelli di ossigeno negli oceani, in
crescita negli ultimi anni a causa dell'aumento della popolazione
mondiale, è stato causato dalle alghe, la cui popolazione è
cresciuta in dismisura grazie a un'eccessiva presenza di alimenti
nutritivi provenienti dagli scarichi di fertilizzanti, acque
fognarie, ecc.La ricerca è stata pubblicata dal periodico "Environmental
Science & technology".
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Delfini: un fischio
li salverà
I ricercatori
dell’Istituto per l’Ambiente Marino Costiero del Consiglio Nazionale
delle Ricerche di Mazara del Vallo hanno messo a punto un nuovo sistema
per salvare i delfini: un semplice segnale acustico che li tiene lontani
dalle reti senza danneggiarne l’apparato uditivo.
L’insolita richiesta è arrivata dalle Associazioni di Pescatori e
Armatori di San Vito Lo Capo (TP), che si sono rivolti ai ricercatori del
Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) per trovare un modo per non
pescare. Nelle reti, infatti, finivano sempre più spesso i delfini, con
danni rilevanti alla loro attività, visto che in Sicilia ogni
imbarcazione ha catturato in media 1-3 delfini ogni tre anni.
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Gli
esperti dell’Istituto per l’Ambiente Marino Costiero (IAMC-CNR)
hanno così progettato un sistema innovativo che, attraverso un
segnale acustico, avverte i delfini tenendoli lontani dal pericolo:
"Inizialmente – spiega Salvatore Mazzola, ricercatore dell’IAMC-CNR
di Mazara del Vallo – abbiamo pensato di utilizzare dei suoni che
potessero provocare delle reazioni a livello psicologico, come ad
esempio il suono dell’orca, nemico naturale dei delfini, oppure
segnali di stress emessi dagli stessi mammiferi. Ma ci siamo accorti
che l’efficacia di questi metodi durava appena due settimane,
dopodiché scattava un meccanismo di assuefazione che faceva venire
meno l’associazione suono-pericolo".
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Per
superare il problema i ricercatori del CNR hanno elaborato allora un
metodo che interferisce con il sonar dei mammiferi senza creare loro danni
uditivi: uno strumento da collegare alle reti, in grado di emettere
segnali acustici in modo random, sia come sequenza che come intensità,
realizzato dopo ben 3 anni di studi, condotti nell’ambito del progetto
europeo EMMA (Electroacoustic prototype for controlling the behaviour of
Marine Mammals).
"Gli esperimenti condotti in mare durante azioni di pesca –
conclude Mazzola - hanno dimostrato l’efficacia del prototipo per un
periodo di 3 mesi, con grande soddisfazione degli ambientalisti, che hanno
sempre denunciato il gran numero di catture accidentali di delfini in
violazione delle leggi europee di salvaguardia".
Le
funzioni del pH delle acque
Oceanografi dell’Università di Rhode Island hanno effettuato uno studio
sugli effetti delle variazioni del pH nel mare. In particolare, essi hanno
voluto verificare il valore del pH negli oceani aperti e nel mare in
prossimità delle coste e gli effetti sul tasso di crescita e
sull'abbondanza del fitoplancton.
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Gli
oceanografi hanno appurato che il valore di pH negli oceani aperti
è di 8.1, leggermente alcalino e rimane praticamente invariato.
Nelle acque costiere invece il valore del pH subisce delle
mutazioni. Kenneth Hinga, uno dei promotori della ricerca, ha
accuratamente analizzato tutte le ricerche disponibili, portate a
termine sia in laboratorio sia sul campo, a riguardo degli effetti
del pH sul fitoplancton marino. Egli ha osservato che il valore del
pH nelle acque costiere e negli estuari oscilla fra 7.5 e 8.5, e
occasionalmente tocca punte massimi di 9 e minime di 7. |
Questi
dati rivestono un'elevata importanza perché sono strettamente relazionati
con il tasso di crescita di molte specie marine. Quando i valori
raggiungono un picco troppo elevato o troppo basso, solamente le specie
che riescono tollerare simili sbalzi riescono crescere, dominando l'intera
comunità. Ad esempio, quando il valore del pH raggiunge un picco di 9, il
fitoplancton fissa carbonio in un tempo dimezzato; quando invece il valore
del pH raggiunge 8 l'abbondanza di molte specie viene influenzata.
La ricerca è stata pubblicata dal periodico “Marine Ecology Progress
Series”.
Oceani
pieni di farmaci
I
mari si espandono nel 70 per cento della superficie terrestre, ma il loro
potenziale biomedico è sconosciuto perché inesplorato. Ora, un team di
ricercatori della Scripps Institution of Oceanography dell'Università
della California a San Francisco, ha scoperto che nei fondali oceanici
vivono moltissimi microbi che producono molecole antibiotiche. Per cui, le
aree inesplorate, situate nei sedimenti oceanici, rappresentano
un'importante risorsa biomedica.
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Il
team di ricercatori, guidato da William Fenical, ha divulgato, in
due distinti articoli, l'individuazione di un nuovo gruppo di
batteri produttori di molecole che potrebbero sconfiggere una
moltitudine di patologie infettive e tumorali. Nel primo articolo,
pubblicato dal periodico "Applied and Environmental
Microbiology", viene divulgata per la prima volta, la scoperta,
nei sedimenti oceanici, dei nuovi batteri actinomycetes, che per
oltre 45 anni hanno coperto un ruolo fondamentale nell'industria
farmaceutica per la messa a punto di varie terapie antibiotiche. Nel
secondo articolo, pubblicato dal periodico "Angewandte Chemie”,
viene esposta la struttura del Salinosporamide A, generato da questi
batteri. Un potente inibitore della crescita di vari tumori, fra cui
il carcinoma del colon e quello del seno.
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Giappone:
trovata medusa gigante
Nelle
acque marine del Giappone è stata avvistata quella che secondo gli
esperti è senza ombra di dubbio la medusa più grande scovata negli
ultimi decenni. L’esemplare, che ha una larghezza di circa un metro pesa
approssimativamente 150 Kg. La super medusa è stata avvistata per la
prima volta nel mese di agosto vicino a Echizen, una città nella
prefettura di Fukui dopodiché se ne erano perse le tracce.
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Dal
suo primo avvistamento però le segnalazioni di esemplari simili, si
sono moltiplicati esponenzialmente. Tantissimi pescatori hanno
addirittura dichiarato di averne visto branchi composti da diversi
migliaia di esemplari.
Anche Toru Yasuda, un biologo marino della Fukui University si è
detto particolarmente stupito dell’avvenimento. "Non sappiamo
spiegarci l'aumento improvviso del numero di esemplari - ha detto
alla stampa. Una causa possibile potrebbe essere l'anormale aumento
della temperatura dell'acqua".
In base a quanto spiegato dai biologi marini questa particolare
specie, scoperta nel 1920, può crescere ulteriormente raggiungendo
in rari casi anche i 5 metri di larghezza. Per fortuna, hanno
aggiunto gli esperti, il veleno non risulta letale per l'uomo! |
Il
moto ondulatorio degli oceani
Un gruppo di ricercatori, hanno scoperto la presenza di una nuova
tipologia di onda oceanica che scambia di continuo energia tra la parte
del mare situata nel fondale e quella situata subito sopra. La scoperta,
che è stata fatta dalla ricercatrice Cinna Lomnitz dell'Università del
Messico e dall'oceanografo statunitense Rhett Butler, è stata fatta con
l'ausilio di un osservatorio sismico situato sul fondo dell'Oceano
Pacifico. Fu il grande
terremoto che colpì Città del Messico nel 1985 a spingere Cinna Lomnitz
nel supporre l'esistenza di una possibile onda anomala visto che le onde
distruttive oceaniche propagano allo stesso modo anche negli strati di
fango situati sotto Città del Messico.
Il
devastante terremoto - spiega Cinna Lomnitz - fu causato da un'onda
accoppiata, ovvero due onde che si scambiano continuamente a vicenda
energia. Ha influito ulteriormente, sulle conseguenze estremamente
distruttive del sisma, anche il fatto che la capitale messicana è
stata costruita su un letto di sabbia. Una tale situazione facilita
ancora di più il viaggio dell'onda sismica.
Il forte sospetto che simili onde potessero scorrere lungo il fondo
oceanico e l'analisi dei dati di Hawaii.2, un osservatorio
sottomarino che si trova tra le isole Hawaii e la California, hanno
spinto Cinna Lomnitz a mettersi in contatto con il collega Rhett
Butler. Grazie all'attenta analisi di tutti i dati, i due
ricercatori hanno scoperto l'esistenza di questo nuovo tipo di onda
oceanica che è stata classificata con il nome di onda di Rayleigh. |
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In
termini tecnici, La propagazione dell'onda Rayleigh avviene lungo le
superfici dei solidi. Il fenomeno è da considerare un'onda acustica che
si muove in accoppiamento a un'onda di Rayleugh. Entrambe le onde si
scambiano reciprocamente energia nel fondale del mare e l'acqua subito
sovrastante. Secondo Cinna Lomnitz il fenomeno desta molto interesse e una
sua maggiore comprensione potrebbe rilevarsi molto utile in futuro per la
prevenzione dei danni causati da terremoti.
Un'isola
sommersa
L'affascinante indotto naturalistico caratterizzato dalle Channel Islands
è situato nell'Oceano Pacifico, al largo della costa meridionale della
California. Sono incluse le isole di Anacapa Island, San Miguel, Santa
Rosa, Santa Cruz Island e Santa Barbara. Le isole di Santa
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Catalina,
San Clemente Island e San Nicolas, che sono situate a meridione,
sono divenute parco nazionale: il Channel Islands National Park.
Queste isole, e l'area acquatica di 10 km che circonda ognuna di
esse, fanno parte della meravigliosa oasi naturale divenuta riserva
nazionale nel 1980 con lo scopo di preservare l'habitat
paesaggistico e faunistico. Un parco naturale lussureggiante in cui
si possono trovare molteplici varietà di piante, uccelli e animali
marini. In particolare, l'isola di Anacapa Island è famosa perché
qui si può ammirare la coreopsis gigante, il girasole più grande
del mondo.
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L'arcipelago
è un «fiore all'occhiello» per gli appassionati dell'avventura visto
che vi si trovano, con molta facilità, una miriade di grotte marine da
esplorare. E non è tutto: esiste pure Calafia, un'isola che si trova
immersa nel mare almeno da 13 mila anni. Quest'isola sommersa è stata
scoperta per caso da Edward Keller, ordinario di scienze geologiche
all'università della California.
Creature
degli abissi
Le
sue dimensioni sono di circa 12 centimetri, ma il suo aspetto non è molto
rassicurante. È un tunicato, ovvero quegli animali classificati alla base
del processo evolutivo che porta ai vertebrati.
Le
loro larve rappresentano l’esempio di animali con determinati elementi
che palesano uno stadio iniziale dello sviluppo dei vertebrati. Vive nelle
profondità marine a una profondità compresa tra i 200 e 5000 metri e,
invece di nutrirsi delle particelle ricavate dal filtraggio
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dell’acqua,
metodologia impiegata dalle altre specie della medesima categoria,
cattura piccoli gamberetti e copepodi. Il
Megalodicopia hians è dotato di una grande bocca sensibilissima
alle vibrazioni generate dallo spostamento delle prede che una volta
catturate vengono digerite solo dopo alcuni giorni.
Un
team di ricercatori guidati da michael vecchione, ha scoperto che
nell’oceano Pacifico (centrale), a una profondità di oltre 3000
metri, vive una specie gigante di calamaro. La sua lunghezza varia
tra i 4 e 5 metri d è dotato di dieci tentacoli. |
Come
nasce il maremoto
Tsunami è un termine scientifico giapponese che originariamente
significava "onda di porto", e che oggi viene utilizzato per
indicare l'onda anomala, più comunemente conosciuta come maremoto.
Ma
come nasce un tsunami? Da un terremoto con epicentro nel mare e nelle aree
costiere, o da eruzioni vulcaniche sottomarine, o ancora dalla caduta di
un asteroide, che generando il movimento del fondo del mare si propaga
all'acqua. Si pensi che le creste dell'onda distano l'una dall'altra un
centinaio di chilometri.
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Tanto
per capirci, nel momento in cui la prima cresta raggiunge la costa,
la seconda si trova ancora in mare aperto. Bisogna poi tenere
presente che la velocità di un'onda dipende in ogni suo punto dalla
profondità dell'acqua, ed è per questo che mentre la testa
dell'onda perde velocità in prossimità delle acque costiere, la
coda mantiene velocità molto più alte. La velocità si aggira,
infatti, intorno agli 800Km/ora in 5000 metri d'acqua, e intorno ai
36 Km/ora in 10 metri di acqua. In tal modo l'onda subisce un
raccorciamento e nello stesso tempo un impilamento trasformandosi in
un vero e proprio muro d'acqua in grado di raggiungere sotto costa
altezze di alcune decine di metri.
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Stiamo parlando di uno dei fenomeni naturali che ad oggi l'uomo non è
ancora in grado di prevedere. L'unica previsione possibile è limitata
alle ripercussioni di un
tsunami già scatenatosi in aree sufficientemente lontane.
Da
qui la necessità di approfondire gli studi geologici e geofisici nelle
zone più a rischio di movimenti tettonici. In questa direzione si è
mosso l'Istituto di Geologia Marina del CNR, con una serie di ricerche a
livello nazionale ed internazionale sulle aree tsunamigeniche, proprio al
fine di produrre valutazioni sulla probabilità di accadimento di simili
eventi.
In
particolare le ricerche si sono concentrate sulla mappatura degli edifici
vulcanici nell'Arco Eoliano, delle strutture tettoniche attive nella
scarpata di Malta, e nel Mare di Marmara. Le rilevazioni più interessanti
sono state acquisite durante le crociere oceanografiche a bordo delle navi
"Urania" del CNR, e "OGS ESPLORA" dell'Osservatorio
Sperimentale di Trieste.
I
ricercatori, infatti, sono riusciti ad individuare la sorgente di uno dei
maremoti più memorabili del passato, quello del 1775, che provocò la
distruzione della città di Lisbona e che ebbe ripercussioni anche sulle
coste dell'Africa, Spagna, Inghilterra, fino alle Azzorre; ne hanno
misurato le caratteristiche geologiche, geofisiche e geometriche, ed ora
intendono realizzare il progetto di un prototipo di osservatorio
sottomarino in grado di misurare contemporaneamente l'intensità del
terremoto, del moto del fondo, e della colonna di acqua.
In
questo modo sarà possibile realizzare le mappe delle zone più a rischio
sulle coste atlantiche, e soprattutto capire la relazione intercorrente
tra il terremoto e la creazione del tsunami.
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