La dinamica degli squali

Adam Summers, biologo dell’Università della California, ha scoperto che alcune specie di squali riescono a pressurizzare la pelle modificando di conseguenza la rigidità del proprio corpo. Questo stratagemma conferisce loro una velocità di nuoto maggiore di quanto la stessa loro morfologia corporea consentirebbe. Secondo i ricercatori, questa scoperta potrebbe consentire una maggiore comprensione delle varie tappe evolutive degli squali, fra cui, il motivo per il quale essi abbiano sopperito lo scheletro osseo con una struttura di cartilagine.

Adam Summers si è servito di trasduttori impiantati nei muscoli laterali di squali, che nuotavano in una piscina a diverse velocità, per monitorare la pressione nella pelle. Egli ha osservato che l'aumento della velocità di nuoto corrispondeva anche a un aumento della pressione media nella pelle degli animali. Solitamente, il raggiungimento di una elevata velocità di nuoto dipende dalla massima spinta dovuta esclusivamente dalla rigidità del corpo, che richiede una spina dorsale dotata di poche vertebre. Tuttavia, gli squali sono dotati di un elevato numero di vertebre, lo squalo mako ad esempio ne ha 180, che implicherebbe minore rigidità e quindi minore spinta attraverso l'acqua. I ricercatori sperano in futuro di effettuare monitoraggi in mare aperto su altre specie di squali, come i mako. La ricerca è stata recentemente presentata nel corso dell'annuale simposio della Society for Experimental Biology all’Università di Southampton.

 

 

Plancton e clima


I risultati di uno studio effettuato nel mar dei Sargassi suggeriscono che nella regolazione del clima globale il plancton ha un ruolo peculiare. Lo studio è stato portato a termine da un gruppo di scienziati composti da ricercatori dell'Università della California, sede di Santa Barbara, e ricercatori del Woods Hole Oceanographic Institute,

In un ambiente acquatico una equa fonte luminosa favorisce la crescita fotosintetica del fitoplancton che è costituito da piccole piante monocellulari che fluttuano negli strati superiori di ogni ambiente marino. Il fitoplancton non rappresenta solamente la base della catena alimentare dei mari bensì funge, assieme ad altri composti, come il dimetilsolfuro, o DMS, pure da regolatore del ciclo globale del carbonio.

Alcuni teorizzano che il fitoplancton possa far parte addirittura di un meccanismo di feedback climatico. Tuttavia, nessun studio ha mai provato che una flessione dell'intensità luminosa sia associata ad una flessione della produzione di dimetilsolfuro. Secondo i promotori di questo nuovo studio, il fitoplancton genera delle particolari sostanze organiche a base di zolfo che fungono da difesa chimica contro gli effetti nefasti delle radiazioni ultraviolette e da altre anomalie ambientali.

 

 

 

Calamari giganti a Los Angeles

Misurano 180cm e pesano oltre 6 chili

A Hollywood c'è già chi ironizza sulla possibilità che siano arrivati per farsi scritturare per un film di fantascienza. Gli oceanografi della California sono alle prese con il mistero della comparsa sulle spiagge di Los Angeles di 

oltre 1.500 calamari giganti, una specie che è comune nell'America del Sud, ma che normalmente non si sposta così a nord. “Sembrano mostri marini in miniatura usciti da un romanzo di Giulio Verne” - ha detto Eric Bauer, responsabile dei 'baywatch' che pattugliano la spiaggia di Newport Beach, dove si sono arenati gran parte dei calamari. Le creature sono note con il nome scientifico “Dosidicus gigas” e vengono chiamati anche calamari di Humboldt.

Possono raggiungere i 180 centimetri, ma gli esemplari arrivati in California non sono adulti, misurano circa un metro e mezzo e pesano 6-7 chilogrammi l'uno.  

 

Il cervello dei delfini


I delfini sono mammiferi Cetacei Odontoceti, sono animali dotati di cervello particolarmente sviluppato e ricco di circonvoluzioni che raggiunge un alto grado di centralizzazione, molto prossimo a quello dell'uomo. Un gruppo di ricercatori guidati da Lori Marino della Emory University di Atlanta, ha preso in esame i cervelli di molti delfini mettendoli a confronto con quelli di loro antenati.

Da questo confronto è emerso che negli ultimi 47 milioni di anni il loro cervello è dalle quattro alle cinque volte più grande di quanto ci si aspetterebbe sulla base delle dimensioni corporee. La ricerca è stata condotta su 66 esemplari fossili di cetacei conservati alla Smithsonian Institution e su 144 esemplari moderni.  

Sembra che il primo ingrossamento del cervello si sia verificato circa 39 milioni di anni fa, in contemporanea ad una riduzione delle dimensioni corporee, forse è proprio in questo periodo che è emersa la capacità di usare i suoni per identificare la presenza di altri animali in mare. Un'altra modificazione è emersa circa 15 milioni di anni fa, con la comparsa degli antenati delle specie attuali. Anche nell'uomo la materia grigia è sette volte più grande di quanto ci si aspetterebbe dalle dimensioni del corpo. Anche se la loro evoluzione è avvenuta per vie diverse, primati e cetacei hanno finito per avere cervelli di dimensioni simili. Questo studio è stato pubblicato sulla rivista Anatomical Record.  

 

Il nuoto dei delfini


Una nuova ricerca ha scoperto che sia i delfini allo stato brado che quelli in cattività nell'emisfero nord nuotano in cerchio in senso antiorario, mentre i delfini dell'emisfero sud compiono dei cerchi in senso orario. Si pensava che questa scelta del senso del nuoto fosse dovuta alla anatomia dell'animale, forse ad un'asimmetria del loro cervello.

Quando si riposano questi mammiferi marini dormono soltanto con una metà dei loro cervello alla volta e nuotano continuamente pigramente compiendo dei cerchi. Paul Manger, un neuroetologo svedese che si occupa di delfini, una volta giunto in Sud Africa nell'Università di Witwatersrand, si accorse che tutti i dati, che riportavano il fatto che i delfini nuotavano in senso antiorario nelle loro vasche, riguardavano delfini provenienti dell'emisfero nord.  

Per confermare questa sua osservazione si recò al delfinario locale e vide che i delfini dell'emisfero sud passano l'86% della loro giornata nuotando in senso orario. Questo vorrebbe dire che il senso del nuoto dipende dagli emisferi e non da conformazioni anatomiche. Non tutti gli scienziati sono d'accordo con questa teoria, Andrew Read, che si interessa di delfini alla Duke University di Beaufort, North Carolina, dice di aver bisogno di più prove per convincersi.Secondo Manger, la forza che causa questo potrebbe essere la forza di Coriolis, un effetto di rotazione della terra che produce correnti su grande scala nell'oceano e nell'atmosfera. I risultati della ricerca ottenuti da Manger assieme alla collega Guinevere Stafne sono stati pubblicati dal periodico “Physiology & Behavior”. 

 

 

 

Le spine del riccio di mare 


Avvalendosi di quattro differenti metodi di ricerca, fra cui due tipologie di microscopia elettronica, un gruppo di ricercatori del Weizmann Institute of Science sono rimasti a dir poco stupiti sulla dinamica di crescita delle spine del riccio di mare. I ricercatori hanno scoperto il segreto che sta alla base della veloce crescita (entro pochi giorni) di una spina spezzata.  

I ricci di mare impiegano una particolare strategia per far crescere in breve tempo le loro spine. La crescita di molti cristalli inizia dalla dissoluzione di atomi o molecole in un liquido, ma nel caso dei ricci di mare il materiale delle spine viene ammassato nel CCS, un materiale non cristallino conosciuto con il nome di carbonato di calcio amorfo.
Dalle cellule situate alla base della spina spezzata fuoriescono ammassi di CCA che vengono spinti verso l'estremità crescente. Il carbonato di calcio amorfo, composto da molecole disorganizzate ma ben addensate, muta in poche ore il suo stato trasformandosi in cristalli di calcite aventi una struttura molecolare ordinata. La ricerca è stata pubblicata dal periodico “Science”.  

 

 

Salute e organismi marini


Da tempo si sa che gli organismi viventi sono un serbatoio enorme dei residui naturali potenzialmente attivi contro i virus, batteri o cellule cancerogene. Il 10% delle 145mila sostanze naturali descritte derivano dagli organismi marini. Finora si pensava che soltanto le specie di acque profonde come Phloeodictyon avessero alcaloidi con proprietà antibatteriche. I phloeodictines che sono stati esaminati ora, vivono in acque poco profonde. Questa scoperta suggerisce che vi sia stato un adattamento della specie batiale all'ambiente del reef in acque poco profonde. Gli organismi marini sintetizzano molte sostanze alcune delle quali hanno potere anticancerogeno, anti virale e antiparassitario.  

Fino ad oggi è stata analizzata solo una minima parte delle specie marine, l’1%. Scienziati dell'IRD analizzando chimicamente le sostanze estratte dalle spugne della Nuova Caledonia, hanno notato la presenza di 25 elementi della famiglia phloeodictines con proprietà antimalariche, in effetti queste sostanze si sono rivelate attive contro il Plasmodium falciparum. I phloeodictines sono una famiglia degli alcaloidi, composta di tre grandi gruppi distinti secondo le differenze nella loro struttura chimica; in laboratorio le differenti molecole sono state messe a contatto con Plasmodium falciparum, si è notato che le phloeodictines A hanno la capacità di inibire lo sviluppo del parassita.
Un'altra caratteristica particolarmente interessante è che l'azione di queste alghe è accompagnata da citotossicità molto bassa. Per questo motivo tali sostanze diventano interessanti per elaborare nuovi farmaci; saranno comunque necessarie nuove indagini ed ulteriori studi.  

 

 

La salvezza per i coralli?


Il sole del tardo pomeriggio avvolge la spiaggia di un piacevole tepore, le onde si infrangono dolcemente sul bagnasciuga. A chi ha deciso di concedersi una bella passeggiata, può capitare di imbattersi in un curioso groviglio di cavi bianchi piantati nella sabbia fine e scura, che sembrano sparire nel mare ingoiati da enormi palle di plastica blu che ondeggiano nell'acqua. Cavi che sembrano spuntare dal nulla, nota estetica dolente in questo angolo di paradiso tropicale che è la costa nordoccidentale balinese.

Brutti da vedere, certo, ma componenti fondamentali di un esperimento sottomarino estremamente insolito e ambizioso: l'utilizzo di corrente elettrica a basso voltaggio per stimolare la ricrescita dei tratti di barriera corallina più danneggiati. Il progetto è stato ideato quattro anni fa da un esperto biologo americano, Tom Goreau, e da un professore di architettura tedesco, Wolf Hilbertz, e finora ha ottenuto ottimi risultati.

Con una superficie coperta di oltre trenta chilometri, il progetto Karang Lestari - in indonesiano “conservazione dei coralli” - è il più ampio vivaio corallino al mondo a utilizzare questa tecnologia. «Le differenze nelle composizione della barriera si notano a occhio nudo, i miglioramenti si susseguono a ritmo serrato», spiega Chris Brown, titolare del Reef Seen Aquatics Dive Center, che sponsorizza l'iniziativa insieme ad alberghi e negozi locali. La stessa tecnica è in fase di sperimentazione in altre località tropicali - una fra tutte: le Mauritius, nell'oceano Indiano - ma l'impianto balinese è il più vasto e ambizioso nel suo genere.

L'Indonesia ospita 581 delle 793 specie di coralli conosciute. La maggior parte di esse vive proprio nella baia di Pemuteran, da tempo una delle mete favorite dai sub che, se la barriera muore, si sposteranno altrove, con pesanti ripercussioni sul turismo. Sul fondale sabbioso, tra i tre e i sette metri di profondità, sono state installate decine di griglie fatte di spranghe saldate tra loro. Viste dall'alto, hanno tutto l'aspetto di un parcogiochi sottomarino. I cavi che trasmettono la corrente sono assicurati alle sbarre e collegati a stazioni di carica sulla riva. Stando ai calcoli di Brown, ogni settimana viene consumato lo stesso quantitativo di elettricità bruciato in un mese da una lampadina da 60 watt.

Chi non ama le immersioni può seguire il recupero della barriera dalle fotografie a colori esposte ai Taman Sari Bali Cottages, sponsor che, attraverso una donazione di 15 mila dollari in contanti, ha permesso al progetto di vedere la luce nel 2000. Brown, australiano trasferitosi in questo villaggio di pescatori da ottomila anime nel 1992 e co-proprietario dei cottage, spiega come nei giorni successivi alle prime scariche di corrente, le barre abbiano sviluppato una patina di calcare biancastro, che ha fatto da indispensabile supporto alla ricrescita dei coralli. Sulle griglie, poi, sono stati impiantati piccoli frammenti di corallo vivo, che - aiutati dall'elettricità - hanno iniziato a crescere «tra le cinque e le dieci volte più velocemente del normale, con colori più brillanti e con una maggiore resistenza al calore dell'acqua e all'inquinamento», aggiunge un altro proprietario dei Taman Sari Cottages, un americano soprannominato Naryana. Alcuni coralli sono stati trapiantati direttamente sulle barre, attaccati con dei cavi o posizionati in apposite nicchie.

Stessa procedura è stata applicata a spugne, tunicati e anemoni. Con esiti straordinari: sono stati registrati colori di eccezionale vivacità e crescite di oltre un centimetro e mezzo in meno di un mese. Non solo: nei circuiti interessati da accidentali cali di tensione si sono riscontrati sviluppi meno evidenti e colorazioni più opache.

«Finalmente, sono tornati i pesci, anche quelli degli abissi che si spostano in barriera per riposare durante il giorno», osserva Naryana. La barriera così rigenerata ha attirato calamari giganti, seppie, ricci di mare e stelle marine. Nell'area si sono concentrati anche pesci pipistrello, damigelle arabe, e fitti branchi di snapper. I sub hanno anche riferito la presenza di numerosi pesci giovani: buon segno, perché annunciano il progressivo ritorno a un equilibrio dell'ecosistema e alla formazione di popolazioni di esemplari autosufficienti.

Naryana, che quando viveva ancora in Nebraska si chiamava Randall Dodge, ricorda la barriera “una terra desolata” prima dell'avvio del progetto. Nei primi anni Novanta El Nin~o l'aveva letteralmente devastata, uccidendo la maggior parte dei coralli presenti nei bassi fondali. La crisi economica asiatica del 1998, poi, aveva costretto i pescatori locali, per non morire di fame, ad adottare pratiche di pesca scriteriate che hanno peggiorato ancora di più le cose. A metà anni Novanta, un'altra catastrofe sfiorata, con l'arrivo di 70 mila voracissime “corone di spine” (particolare tipologia di stella marina che si nutre di coralli duri, n.d.t.), che solo l'intervento dei sommozzatori riuscì a eliminare dai fondali prima che l'intera barriera finisse divorata.

E cittadini consapevoli, come Brown e Naryana, da tempo promuovono campagne di utilità sociale per informare gli indigeni delle conseguenze a lungo termine della pratica più pericolosa per la vita dei coralli: la pesca con esplosivi. «I pescatori di Pemuteran alla fine hanno smesso», spiega Naryana. «C'è stato bisogno di educarli, di parlare con loro e di dimostrare concretamente che il loro futuro sta nella conservazione dell'oceano».

Naryana è infatti d'accordo con Goreau e Hilbertz nel sostenere che questo progetto non è solo la riattivazione di un ecosistema: vuol dire piuttosto investire nella difesa di specie di coralli che stanno rapidamente scomparendo e di pesci che sulla barriera basano la propria sopravvivenza. Brown, dal canto suo, spera che questa tecnica si diffonda nei paesi che non hanno abbastanza soldi per permettersi il ricorso a metodiche più costose. «L'elettricità rafforza i coralli già esistenti, e ha profonde ripercussioni su quelli circostanti», spiega. «Ciò dimostra che si può anche prendere del bel corallo e migliorarlo ancora di più».  

 

 

 

Tentacoli delle piovre  

 

La studiosa Ruth Byrne dell'Università di Vienna durante il meeting annuale della Animal Behaviour Society ad Oaxaca, in Mexico, ha presentato una sua scoperta, i polpi hanno un tentacolo preferito. Secondo Byrne ognuno dei tentacoli delle piovre è uguale ed è potenzialmente in grado di svolgere qualsiasi lavoro, per questo si pensava che le piovre scegliessero il tentacolo da usare a seconda della loro situazione contingente.

Per questa ricerca sono state usate 8 piovre che hanno mostrato di usare solo 49 diverse combinazioni di uno, due o tre tentacoli, invece delle 448 che sarebbe possibile fare ed i tentacoli preferiti sono quelli che si trovano di fronte all'animale, mentre gli altri sono usati prevalentemente per gli spostamenti sul fondo o per il nuoto.  

Lo staff della Byrne ha osservato che i polpi, quando si trovano a dover esplorare nuovi angoli e fessure o compiere un'attività, prediligono uno tra gli otto tentacoli che possiedono sebbene nessuno di questi abbia una particolare specializzazione. Se invece devono manipolare degli oggetti, i polpi utilizzano più tentacoli che però usano seguendo un ordine determinato.

I ricercatori austriaci hanno messo a disposizione delle piovre oggetti insoliti con cavità a forma di “T” ed ognuna delle piovre che hanno partecipato alla ricerca ha usato un tentacolo diverso. Secondo Byrne questo dipende dagli occhi dei cefalopodi perché le piovre, secondo gli studi fatti, avrebbero un occhio preferito e questo si rifletterebbe anche sull'utilizzo dei tentacoli.

 

 

Le tsunami viste dallo spazio


Le tsunami, vere e proprie montagne d'acqua alte decine di metri, sono state sempre descritte dai navigatori di tutto il mondo, ma la loro esistenza non era mai stata provata scientificamente. Ora, i satelliti dell'Agenzia Spaziale Europea (ESA) le ha intercettate e fotografate nell'ambito del progetto MaxWave.  

   

Due satelliti, l'ERS-1 ed l'ERS-2, hanno scandagliato per tre settimane gli oceani individuandone ben dieci, tutte aventi un'altezza di 25-30 metri. Il progetto MaxWave, che si avvale della collaborazione di sei paesi della UE, è nato proprio con lo scopo di scoprire e avvalora scientificamente l'esistenza di questa calamità naturale.

  

I due satelliti dell'European Space Agency hanno scattato, per mezzo dei propri radar, un numero superiore alle 30mila immagini di tutte le aree marine provando definitivamente l'esistenza di queste enormi masse d'acqua che si formano all'improvviso nel mare tranquillo provocando devastazioni lungo i littorali e l'abbattimento di navi, sembra che nell'ultimo decennio siano scomparse 200 navi di grosse dimensioni.  

 

 

Le alghe per neutralizzare il DDT


Si chiama “Dichlorodiphenyltrichloroethane” o più semplicemente “DDT”. È stato usato come antiparassitario dal 1939 in poi in modo massiccio in tutto il mondo e, anche se ha contribuito a debellare la malaria, il tifo e la malattia del sonno, ha causato anche importanti effetti negativi! La sostanza, infatti, che ha trovato impiego anche come insetticida in agricoltura, per la protezione di piantagioni di cotone, può provocare effetti irreversibili e la stessa IARC, l’Agenzia internazionale per il Cancro, lo inserisce nella categoria 2B, in quanto cancerogeno.  

Fino ad oggi, pensare di depurare i luoghi contaminati da tale sostanza, era inverosimile. Ma ora sembra esser giunta una speranza grazie al lavoro di un’equipe di ricercatori britannici e australiani che ha scoperto che, cospargendo di alghe polverizzate il suolo contaminato, si accelera la decomposizione del letale insetticida. Sembra infatti che una giusta dove di alghe sia in grado di aiutare i microrganismi nel suolo ad attaccare le tossine della dannosa sostanza. Fa scomparire addirittura l’80% dei residui entro sei settimane dalla sua applicazione.

I risultati, descritti nell'ultimo numero del Journal of Chemical Technology e Biotechnology, sono stati raggiunti grazie all’alto livello di carbonio che alimenta i microrganismi permettendo alla loro popolazione di moltiplicarsi e creare sempre più truppe nella battaglia contro la sostanza tossica. Secondo gli scienziati le alghe marine possono essere usate anche per decomporre anche altre sostanze contaminanti. Per accertarlo si dovranno comunque effettuare altre ricerche.  

 

 

Impulsi elettrici dei pesci


Ricercatori del Laboratoire de Biologie du Comportement di Grenoble hanno svolto un'attenta analisi scientifica sulle strategie di orientamento dei pesci elettrici, che vivono nei corsi d'acqua situati in Africa e in Sud America.

I risultati delle sperimentazioni, svolte in laboratorio con pesci allevati in un acquario, hanno suggerito che questi pesci si orientano nell'ambiente circostante mediante impulsi o onde elettrici. Un tipo di orientamento che si differenzia totalmente con quello degli altri animali che si servono invece dell'udito, dell'olfatto e della vista per scrutare l'ambiente che li circonda.

Il team scientifico, composto da biologi e neuroscienziati, sostiene che il “senso elettrico” di questo tipo di pesci ha un'acutezza molto più sottile di quanto si pensi: essi determinano la forma e l'orientamento di un oggetto solo mediante la generazione di un campo elettrico e l'osservazione della sua distorsione. Inoltre, i pesci riescono a differenziare, mediante il tipo di ripiego del campo elettrico, un essere vivente, come un altro pesce, che produce anch'esso un campo elettrico, con un oggetto statico, come ad esempio una roccia. Questa capacità – secondo gli scienziati – è importante per procurarsi il cibo di notte.

Anche secondo precedenti studi l'utilizzo, da parte dei pesci elettrici, del senso elettrico e del tatto ha come scopo quello di stabilire le forme e le tipologie degli oggetti circostanti. Ma secondo il nuovo studio, i cui risultati sono stati pubblicati dal periodico "Current Biology", il “senso elettrico” sarebbe più che sufficiente.

 

 

Censimento della Vita Marina

Sono state scoperte quasi 210mila specie marine, ma ne rimangono ancora da scoprire all'incirca altre 2 milioni fra cui quasi 1 milioni di tipi di nematodi, piccolissimi vermi che vivono nei fondali marini. Questo è l'annuncio dato lo scorso mese di ottobre 2003 nel corso di una conferenza scientifica, tenutasi a Washington, che ha presentato gli sviluppi di “Census of Marine Life”, il Censimento della Vita Marina. Una ambiziosa iniziativa scientifica che ebbe inizio tre anni fa con lo scopo di creare un dettagliato database di tutte le forme

viventi che abitano nei mari. Furono proprio alcuni biologi marini ad avere la brillante idea di sfruttare le nuove tecnologie per creare un “catalogo” di tutte le specie marine, comprese quelle microscopiche. Un censimento di questo tipo potrebbe rivoluzionare e quindi anche facilitare la documentazione della biodiversità, i criteri di distribuzione e le quantità delle varie specie marine.
Il progetto partì con una sovvenzione finanziaria della fondazione Alfred P. Sloan di New York. Il progetto cresce in continuazione grazie alla collaborazione di un team composto da 300 ricercatori di 53 nazioni che lavorano su più direzioni. Il tutto ha come scopo finale quello di mettere a punto una imponente fonte di informazioni online di tutti gli esseri viventi marini. Il costo finale del progetto è stato stimato a circa 1 miliardo di dollari.

 

La chitina oceanica

Ricercatori della Johns Hopkins University di Baltimora hanno svolto uno studio per determinare come i batteri possano avvertire la presenza della chitina, una sostanza oceanica altamente insolubile nota con il nome di “neve marina”. Secondo alcune stime, gli organismi marini producono annualmente mille miliardi di tonnellate di chitina. Questo composto ha delle proprietà di durezza talmente elevate da essere impiegato come abrasivo nell'ambito della pulizia.

Nel processo biochimico, il polisaccaride si deposita sul fondo del mare e, nel contempo, i batteri provvedono a decomporlo con lo scopo di ottenere energia, riciclando i due elementi che lo costituiscono in forme utilizzate da altri organismi: il carbonio e l'azoto. Lo studio ha appurato un degrado della cascata di segnalazione responsabile della degradazione batterica della chitina.

I ricercatori hanno effettuato una singolare sperimentazione. Essi hanno prodotto mutazioni casuali nei batteri di una qualità di Vibrio. Fra questi, hanno cercato di individuare uno che potesse decomporre la chitina senza però individuarla. Il genoma del mutante è stato poi analizzato scoprendo che il batterio aziona un meccanismo di segnalazione a due componenti, una metodologia ovvia nell'ambito della trasduzione dei segnali. In pratica, il meccanismo segue questa procedura: la molecola, conosciuta come proteina CBP, capta al di fuori della cellula gli zuccheri che contraddistinguono la chitina. Successivamente, la molecola CBP lancia un segnale alla molecola ChiS, che innesca il processo conduttore alla degradazione della chinina. Lo studio è stato pubblicato dal periodico “Proceedings of the National Academy of Sciences”.

 

 

L'alga focus

Le fasce delle scogliere, delle zone temperate ed artiche, che restano scoperte quando il livello del mare decresce per effetto della bassa marea, si presentano frequentemente ricoperte da uno spesso manto giallo-bruno. Esso è formato da alghe brune, tra le quali abbonda il fucus o quercia marina. In estate, sotto i fucus si possono trovare granchi e gamberetti. Inoltre è al riparo delle alghe che si sviluppano numerose larve. Perciò, per evitare un impoverimento della fauna marina costiera, è prudente non distruggere i fucus e le altre alghe.

D'altra parte, là dove vivono particolarmente abbondanti, numerose piantine di fucus sono divelte dalle onde ad ogni mareggiata ed i loro frammenti vanno ad ammucchiarsi sulle spiagge. Lì queste alghe possono essere raccolte e trasportate in campagna, dove sono utilizzate come concime. Il focus è costituita da lamine ramificate, percorse da una costa mediana; questa non contiene vasi conduttori, ma è soltanto un ingrossamento. Alla base, il fucus è fissato alla roccia mediante alcuni filamenti adesivi che non hanno funzione assorbente. Le lamine presentano qua e là delle bolle ovoidali, dette vescichette, che scoppiano se le si schiaccia tra le dita: sono una specie di galleggianti pieni d'aria che alleggeriscono le lamine e le mantengono verticali nell'acqua durante l'alta marea.

II fucus contiene due sostanze colorate:
- un pigmento bruno, solubile in acqua bollente non salata;
- un pigmento verde, insolubile in acqua: è clorofilla.

Le estremità di alcune lamine presentano rigonfiamenti riproduttori, costellati di sporgenze, ognuna delle quali è provvista di un foro. La sezione di un rigonfiamento mostra che ogni sporgenza corrisponde ad una piccola cavità sferica.

II fucus muore se resta più di 5 o 6 ore fuori dell'acqua. Questo è il motivo per cui tali alghe si trovano solo sulle rocce che l'acqua, nel corso dell'alta marea, sommerge. Esposto alla luce, grazie alla clorofilla, il fucus assorbe l'anidride carbonica disciolta nell'acqua e la decompone. II carbonio serve a fabbricare le sostanze organiche di cui l'alga ha bisogno per vivere e crescere.

In primavera, durante la bassa marea, i rigonfiamenti riproduttori sono ricoperti di una sostanza gelatinosa che esce dalle aperture delle cavità sferiche. Su alcune piantine di fucus vi è una sostanza gelatinosa di color arancio: essa contiene dei piccoli sacchi ovoidali che si sono formati, nelle ca vità sferiche, sopra alcuni peli ramificati. Su altre piantine di fucus, invece, vi è una sostanza gelatinosa verdastra; essa contiene dei sacchi visibili ad occhio nudo. Nelle cavità sferiche questi sacchi erano attaccati a peli corti, non ramificati.

All'alzarsi dell'alta marea, i sacchi arancioni e i verdastri assorbono l'acqua, si gonfiano e si spaccano:

- 64 corpuscoli, ognuno munito di due ciglia, fuoriescono da ogni sacco arancione;
- 8 sfere, chiamate oosfere, escono da ciascun sacco verdastro.

I corpuscoli nuotano nell'acqua di mare, per mezzo delle ciglia mobili di cui sono muniti, e possono addossarsi alle oosfere. Quando uno di questi corpuscoli penetra in una oosfera, si dice che I'oosfera è stata fecondata e che si è formato un uovo. Ben presto l'uovo si divide in due; poi ognuna delle due metà si divide a sua volta, e così di seguito. Si forma quindi una nuova piantina di focus: essa può essere sia maschile che femminile (quando le si potrà distinguere?).

 

Altri tipi di alghe

Il sargasso

Contrariamente ad altre alghe brune che amano le acque fredde, il sargasso cresce principalmente nei mari caldi (Mare dei Sargassi); si trova anche nel Mediterraneo. Si riconosce facilmente perché il suo tallo simula una pianta con foglioline e frutti: questi ultimi sono vescicole piene d'aria che ne assicurano il galleggiamento. Ha elevato potere nutritivo, per cui alcuni popoli se ne cibano.

Lattuga di mare

È un'alga verde molto frequente nei mari europei. Deve il suo nome alla forma di tallo laminare e ondulato che la fa assomigliare ad una foglia d'insalata.

La laminaria

Quest'alga bruna resta allo scoperto solo durante le maree più accentuate. Le sue lamine larghe, dai bordi pieghettati, sono fissate alla roccia da grosse cordonature.

 

Muta la salinità oceanica

Ricercatori dello statunitense Woods Hole Oceanographic Institution (WHOI), del britannico Centre for Environment, Fisheries, and Aquaculture Science (CEFAS) e del canadese Bedford Institute of Oceanography, hanno presentato i risultati di uno studio, divulgato dal periodico “Nature”, sui mutamenti dei tassi di salinità degli oceani negli ultimi 40 anni.

Si è appurato che i livelli di salinità degli oceani tropicali hanno subito un importante incremento a scapito delle aree oceaniche situate in prossimità dei poli terrestri. Alla base di questa anomalia vi sarebbero i cambiamenti climatici che avrebbero completamente sfasato il meccanismo regolatore dell'evaporazione, delle piogge e dei processi che regolano l'acqua dolce su scala mondiale.

Questo studio ha destato molta preoccupazione tra i ricercatori perché rappresenta una prova inequivocabile dell'intensificazione del ciclo dell'acqua su scala planetaria, in particolare di quella dolce che è di vitale importanza in molte regioni della Terra. Inoltre, Questo studio conferma che il riscaldamento globale è strettamente correlato con il fenomeno dell'evaporazione degli oceani, fenomeno destinato ad aumentare con l'incremento della temperatura. Lo studio è stato finanziato dalla National Science Foundation (NSF).

 

Le mutazioni del fitoplancton

I piccoli organismi che vivono in sospensione nel mare e nelle acque dolci, e si lasciano trasportare passivamente dalle correnti, vengono indicati col termine plancton. Nel plancton vengono distinti tre grandi gruppi che includono le forme ad organizzazione cellulare più primitiva (batteri), gli organismi fotosintetici autotrofi, in grado di sintetizzare autonomamente sostanza organica(fitoplancton) e i piccoli animali (zooplancton). Negli ecosistemi acquatici il fitoplancton ricopre un ruolo fondamentale in quanto costituisce un importante anello della catena alimentare nelle acque dolci e marine, garantendo il flusso di materia ed energia necessario per il mantenimento degli eterotrofi, i quali si nutrono a spese di sostanze organiche già elaborate da altri organismi. Il fitoplancton costituisce il cibo dello

zooplancton erbivoro, il quale a sua volta è predato dallo zooplancton carnivoro e da pesci che, a loro volta, diventano cibo per i grandi piscivori.
Un'analisi delle acque oceaniche ha riservato delle sorprese ad un team di scienziati statunitensi e canadesi: le piante che vivono in mare (fitoplanton), hanno come colore dominante il rosso. Biologi della Rutgers State University of New Jersey pensano che questo cambiamento di colore risalga a 250 milioni di anni fa. Prima di questo periodo sia le piante terresti che quelle acquatiche erano verdi, ciò che ha condotto a questo cambiamento è stata una diversa quantità di ossigeno dovuta ad un cataclisma.

Gli scienziati hanno analizzato il fitoplanton ed hanno trovato la conferma che 250 milioni di anni fa il contenuto di ossigeno presente nell'acqua si ridusse drasticamente portando alla morte l'85 per cento degli organismi viventi. Secondo Paul G. Falkowski, docente di biofisica ambientale ed ecologia molecolare, questo evento ha consentito al fitoplanton di color rosso di prendere il sopravvento su quello verde e di conseguenza anche le piante terrestri che ereditarono il colore verde dai loro antenati marini, dovendo ripopolare la Terra riprodussero il colore rosso. L'evento che ha causato questo potrebbe essere stato una collisione extra terrestre oppure potenti eruzioni vulcaniche avvenute alla fine del Permico, in ogni caso tutto questo ha permesso l’avvento dei dinosauri. Questo articolo è stato pubblicato dalla rivista “Nature”.

 

 

I delfini come l'uomo


L’uomo non è l’unico essere vivente sulla terra ad avere capacità di scelta e provare incertezza e dubbi. Come lui le scimmie, ma anche I delfini. Proprio come l’uomo questi animali esitano davanti alle scelte complicate, mostrano in pratica una certa consapevolezza “nel non sapere”. A sostenere la tesi è David Smith, psicologo dell’università dello Stato di New York che, dopo aver condotto alcuni esperimenti su alcuni esemplari di queste specie ha scoperto che in certe situazioni “certe scimmie e certi delfini sono in grado di chiedersi cosa sia giusto o sbagliato”.
Si tratta di una dote che non tutti gli animali possiedono. I topi, ad esempio decidono istintivamente. Secondo Smith e altri due colleghi che hanno condotto la ricerca con lui le reazioni dei delfini e delle scimmie sono in tutto e per tutto paragonabili a

quelle di un bambino di pochi anni. Gli studiosi hanno insegnato ad un delfino a riconoscere un suono basso da uno alto. Dopodiché, servendosi di un'interfaccia dotata di 3 grossi pulsanti, l’hanno addestrato a pigiare il primo tasto in caso udisse un suono grave (basso) e il terzo tasto nel caso in cui ne avesse sentito uno acuto (alto). Finché il suono era riconducibile alla prima o alla seconda famiglia l’animale non ha dato cenni di difficoltà, le cose sono cambiate però nel momento in cui il suono proposto si trovava acusticamente al centro e non era pertanto facilmente classificabile. In questi casi il delfino, indeciso e vistosamente perplesso, andava a schiacciare il secondo pulsante… quello centrale.

“Tra gli esseri umani, i delfini e le scimmie – ha spiegato Lori Marino, neurologa dell’università Emory - potrebbe esserci un comune modello conoscitivo”. Probabilmente questi animali riescono a formulare pensieri embrionali. Ma non tutti gli esperti sono ovviamente concordi. Clive Wynne, specialista del comportamento degli animali si è detto scettico. “Mi piacerebbe essere nel torto – ha detto - ma il delfino e le scimmie sono stati semplicemente addestrati a reagire in questo o quel modo alle sollecitazioni dei loro sperimentatori. Se tu premi un animale con del cibo quando indovina, come hanno fatto Smith e i suoi colleghi, l’esito del test è obbligato”. Smith risponde immediatamente dicendo che se così fosse anche i topi si sarebbero comportati allo stesso modo.

 

 

5000 nuove specie in mare


Partito nel duemila il programma “Census of Marine Life” (Coml) impegna 300 scienziati in 53 nazioni nel mondo. L¹intero progetto è sostenuto dalla Sloan Fondation per un miliardo di dollari. Il lavoro dovrebbe concludersi nel 2010, ed i risultati del primo triennio di lavoro sono già “straordinari”. A fronte della percezione di scomparsa delle specie suscitata da molte associazioni ambientaliste, i ricercatori impegnati nel censimento hanno presentato una realtà completamente diversa. Finora sono state rinvenute 160 nuove specie di pesci ogni anno, con una media di tre alla settimana. A queste vanno aggiunte 1.700 nuove specie di altri animali e piante. Il totale delle nuove specie catalogate in tre anni è di 5.580.

Gli scienziati del progetto (Coml) hanno esplorato con sommergibili abitati o automatici zone di mare mai viste, a profondità mai raggiunte, come la zona di frattura Charlie-Gibbs nel Nord Atlantico. Tra le scoperte più eclatanti una nuova specie di pesce scorpione, trovato nell¹oceano Indiano e catalogato come Scorpaenopsis vittapinna, stranissime stelle marine, sconosciute forme tubolari. Nel Golfo Persico è stata trovata una specie di medusa rossa con potenti tentacoli e una seppia gigantesca. Questo tipo di seppie nuotano ad una tale velocità che non è stato possibile catturarne nemmeno una. Per ora è stata solo fotografata.

Nel Mediterraneo è stato scoperto un nuovo tipo di pesce topo (Caelornchus mediterraneus) con una coda filante. Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, il professor Ronald O¹Dor, scienziato capo del programma, avrebbe raccontato: «Abbiamo scoperto lungo le coste della Florida nuove specie di spugne luminose e 500 nuove specie di sedimenti abissali davanti all¹Angola». Gli scienziati hanno raccontato che nella prima fascia di mare spessa circa duecento metri dove i raggi solari sono capaci di far sentire la loro azione nuotano ventimila specie di pesci. Altre ventimila specie si ritiene abitino nelle medie profondità mentre diverse centinaia di migliaia si muovono silenziose sino alla profondità di cinque chilometri sopravvivendo senza il normale ossigeno e a pressioni impossibili.

«È soprattutto qui - ha detto il prof. O¹Dor - che possono esistere numerosi animali mai catturati e battezzati in grado di sopravvivere solo in quelle profondità perché se li portassimo a galla cambierebbero addirittura forma a causa del cambiamento della pressione». Franco Andalore dell¹istituto di ricerca applicata al mare del Ministero dell¹Ambiente ha precisato che a consentire i nuovi risultati è soprattutto la disponibilità di una tecnologia fino a poco tempo fa inesistente. «Oggi si riesce a esplorare nicchie ambientali prima irraggiungibili, proprio perché disponiamo di strumenti sofisticatissimi che estendono le facoltà umane. Ma nello stesso tempo possiamo anche utilizzare le nuove tecniche di indagine genetica con le quali si raccolgono le prove della diversità della specie».

In vendita nel 2005 il pino “giurassico”

GWN - Saranno messe in commercio nel 2005 le prime piante del pino di Wollemi un albero che cresceva sulla terra nell¹Era Giurassica, e si pensava estinto da ben 175 milioni di anni. Il pino fu scoperto nel 1994 nelle Blue Mountains a ovest di Sydney. I botanici sono riusciti a coltivare la pianta al di fuori della sua nicchia ecologica: i germogli verranno venduti a scienziati, ricercatori e giardini botanici nel mondo.

Trovata in India una nuova specie di rospo color rosso porpora

GWN ­ Una nuova specie di rospo, che si presume che sia venuta la luce 130 milioni di anni fa è stata recentemente scoperta nelle Gaths Occidentali, una catena montuosa nel sud dell'India. La nuova specie di rospi coloro rosso porpora è stata denominata Nasikabatrachus sahyadrensis. La scoperta è talmente incredibile che per questa specie gli scienziati hanno creato una nuova famiglia Nasikabatrachidae, di cui il rospo è per ora l¹unico rappresentante. Secondo Franky Bossuyt, il biologo che l¹ha descritta, sarebbe imparentata con una specie di rospi che vive alle isole Seychelles a circa 3000 chilometri di distanza.

 

Oceani tutti da scoprire

Dall’evoluzione degli oceani alle risorse nascoste in fondo al mare: di questo si è parlato, lo scorso 17 ottobre (2003), durante il convegno Perforazione scientifica degli oceani organizzato dall’Istituto nazionale di oceanografia e geofisica sperimentale (OGS) di Trieste e dal Cnr, Consiglio nazionale delle ricerche. L’incontro ha rappresentato anche l’occasione per discutere il sempre più attivo ruolo della comunità scientifica italiana nell’ambito del programma internazionale ODP, Ocean Drilling Program.

Nel 2004, infatti, alla nave da perforazione industriale, che da oltre 30 anni scandaglia i fondali di tutti gli oceani, si aggiungeranno nuove unità di perforazione a scopo scientifico americane e giapponesi. All’Europa spetterà il compito di esplorare i fondali degli oceani polari, le ultime aree sconosciute della Terra. In questo ambito l’Italia, presente nel Programma dal 1985, si appresta ad un impegnativo salto di qualità in un settore di frontiera quale l’oceanografia geologica. “È opinione diffusa della comunità scientifica italiana – secondo il dr. Angelo Camerlenghi, dell’OGS di Trieste – che l’Italia non possa rimanere al margine di queste ricerche che, analogamente alle ricerche spaziali, vedono sviluppo tecnologico, ricaduta sociale e curiosità scientifica procedere di pari passo in un’unica grande struttura organizzativa”.

Il 73 per cento della Terra, come è noto, è coperto dalle acque degli oceani dei cui fondali e dei cui segreti l’uomo conosce una minima parte. L’Odp, attuando progetti di ricerca avanzati dagli studiosi dei vari Paesi partecipanti e con gli oltre 1000 pozzi perforati, ha recuperato campioni di rocce e di sedimento il cui studio ha permesso di verificare e confermare la teoria della tettonica a zolle, confermare l’inversione periodica del magnetismo terrestre, scoprire il disseccamento del Mediterraneo, avvenuto circa 5 milioni di anni or sono, conoscere i cambiamenti climatici globali avvenuti nel passato senza l’intervento dell’uomo e l’impatto dell’effetto serra sulla vita degli oceani per il riscaldamento del pianeta dovuto alle immissioni di CO2 dai vulcani.

Le conoscenze acquisite dai ricercatori impegnati nel programma hanno permesso, tra l’altro, di costituire un archivio di informazioni sul clima del passato utili per comprendere l’evoluzione del clima nel futuro. Ma l’ODP vanta anche ricadute interessanti dal punto di vista economico-sociale, come l’individuazione di estesi depositi di metano naturale, presenti in sedimenti superficiali allo stato solido, idrato, la cui riserva è di gran lunga superiore a quelle conosciute in giacimenti tradizionali, tanto che gli Stati Uniti, il Giappone e la Corea hanno stanziato ingenti somme per valutarne la potenzialità economica di sfruttamento.

 

 

Balene sottostimate

Genetisti statunitensi dell'Università di Stanford, sostengono che prima di dare corso alla caccia delle balene si è letteralmente sbagliata la stima del loro numero, in particolare degli esemplari che abitavano nell'Oceano Atlantico settentrionale. Questa supposizione non giova certo a quei paesi che si battono per la revoca della moratoria sulla caccia delle balene per fini commerciali siglata 17 anni fa dall'International Whaling Commission (IWC).

Secondo quanto stabilito dall'IWC, la caccia delle balene a scopi commerciali può essere fatta solamente al raggiungimento di una quota numerica delle popolazioni pari almeno alla metà dei valori storicamente stimati. Ma il problema di fondo - secondo i ricercatori dell'Università di Stanford – è che l'IWC si basa, per le sue stime, su dati del diciannovesimo secolo mai avvalorati. Altri ricercatori dell'Università di Harvard, pur confermando che le stime precedente-

mente fatte non sono assolutamente attendibili, hanno concentrato i loro studi nell'ambito della genetica con lo scopo di verificare la loro attendibilità. Essi hanno analizzato il DNA delle balene che abitano il Nord dell'Atlantico e hanno scoperto che, prima della caccia, gli esemplari potrebbe aver raggiunto un numero fino a dieci volte superiore rispetto a quanto stimato dall'International Whaling Commission. La scoperta è stata pubblicata dal periodico "Science".

 

 

Nuove specie di pesci


Un team internazionale di ricercatori dell’organizzazione ambientalista Conservation International (CI), ha individuato alcune nuove specie di pesci nel fiume Causa in Venezuela. Una di queste rappresenta da un piccolo pesce, lungo cinque centimetri, con una coda di colore rosso sangue, conosciuto con il nome di Aphyocharax yekwanae. Oltre a questa, sono state individuate altre dieci specie di pesci durante una spedizione dell’Aquatic Rapid Assessment Program (AquaRAP) della CI all'interno del bacino del fiume Caura nel novembre 2000. La descrizione delle dieci specie deve ancora essere redatta.

Il fiume Causa è situato in una delle zone più incontaminate del Venezuela. La spedizione dell' AquaRAP, che aveva come scopo quello di constatare la diversità biologica dell'area, ha individuato nel fiume Caura ben 399 tipi di piante e 278 specie ittiche, tra cui le nuove dieci specie di pesci e una di gamberi. Vista la grande ricchezza biologiche che fa dell'area una zona molto preziosa da un punto di

vista naturalistico, il team di ricercatori cercherà ora di convincere le autorità venezuelane a dichiararla zona protetta visto che essa è seriamente minacciata dai disboscamenti, dall'espansione agricola e da un progetto di una diga idroelettrica.

 

 

I pesci soffrono il dolore

È stato provato da scienziati britannici che la sensazione del dolore viene percepita anche dai pesci. Questa scoperta, viene a completamento di una precedente ricerca che affermava già che il dolore poteva essere percepito dai mammiferi e dagli uccelli, mentre era ipotizzato che i pesci non fossero in grado di avvertire tale sensazione.
È stato osservato da scienziati, del Roslin Institute e dell’Università di Edimburgo, che nel cervello delle trote prese in esame esiste un'area specifica associata direttamente alla rilevazione della sensazione del dolore. I pesci, inoltre, risponderebbero anche a sostanze nocive. Inoltre, gli scienziati hanno cercato di scoprire la presenza o meno di nocicettori, specifiche aree cerebrali specializzate nella

risposta a stimoli di depauperamento dei tessuti. Applicando alla testa di pesci anestetizzati stimoli meccanici di diversa natura si sono scoperti, dopo l'analisi dell'attività neurale, 58 recettori rispondenti almeno ad uno stimolo. Di questi, almeno ventidue possono essere classificati recettori perché rispondenti a diversi stimoli, quali la pressione, la reazione al riscaldamento dei tessuti a temperature superiori ai 40 gradi Celsius. Inoltre, ben 18 recettori rispondono a stimoli chimici comuni a tutti gli animali compreso l’ uomo. La scoperta è stata divulgata dal periodico “Proceedings of the Royal Society London B”.

 

 

 

 Lo zebrafish rigenera il suo cuore

Diverse ricerche hanno dimostrato come diversi invertebrati riescano a rigenerare i propri organi danneggiati, meccanismo del tutto ignoto per la scienza. Ora, uno studio, svolto da ricercatori dell’Howard Hughes Medical Institute, suggerisce che il pesce zebra ( zebrafish ) è in grado di rigenerare i muscoli cardiaci.

Dopo aver asportato in 20 per cento del cuore di un pesce zebra, i ricercatori hanno potuto osservare che, dopo circa sessanta giorni, il pesce era riuscito a rigenerare la massa asportata. Mentre i pesci con una mutazione indotta in un gene specifico erano riusciti a riparare il danno solo parzialmente. Inoltre, il pesce zebra può rimettere in sesto quasi ogni tipo di organo.

Lo studio, che è stato reso noto dal periodico “Science”, potrebbe permettere una maggior conoscenza dei meccanismi della rigenerazione. Ciò potrebbe favorire lo sviluppo di strategie farmacologiche atte a riparare anche gli organi danneggiati degli esseri umani.

 


ISMAR-CNR sotto l'oceano

La prestigiosa rivista Nature ha dedicato un articolo e l’immagine di copertina dell’ultimo numero ad uno studio sulle Dorsali Medioceaniche effettuato da ricercatori dell’Istituto di Scienze Marine del Consiglio Nazionale delle Ricerche (ISMAR-CNR) di Bologna, diretto da Enrico Bonatti: un viaggio sotto il fondo dell’Oceano Atlantico per ricostruire la risalita dall’interno della Terra di materiale caldo (oltre 1200° C) situato sotto le Dorsali, che determina la formazione della crosta terrestre, in uno scenario di vulcanismo e sismicità intensi che può persino influenzare il livello del mare e il clima.

Avventurarsi sotto il fondo dell’Oceano Atlantico, all’interno della Terra, per scoprirne i segreti. Una sfida che Giulio Verne ha descritto in un suo famoso libro, e nella quale si sono cimentati ora i ricercatori dell’Istituto di Scienze Marine del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Bologna (ISMAR-CNR), che grazie a un sofisticato sottomarino francese e a navi oceanografiche italiane e russe hanno esplorato il fondo dell’Oceano fino ad una profondità di quasi 6000 metri. Una ricerca che li ha visti impegnati per anni e che ora la prestigiosa rivista Nature racconta in un articolo pubblicato sull’ultimo numero, che in copertina riporta anche una immagine tratta dalla ricerca.

"Le Dorsali Medioceaniche – spiega Enrico Bonatti, Direttore dell’ISMAR-CNR di Bologna e coordinatore di questa ricerca – sono strutture fondamentali del nostro Pianeta. Si tratta di una catena montuosa che si estende per oltre 60 mila chilometri sul fondo degli oceani: 2/3 della crosta terrestre si formano infatti lungo l’asse delle Dorsali, dove si concentrano l’80% del vulcanismo e buona parte della sismicità e perdita di calore e gas del nostro Pianeta. La lenta risalita dalla profondità di centinaia di chilometri al di sotto delle Dorsali di materiale caldo provoca la formazione della crosta suboceanica accompagnata da vulcanismo, terremoti e perdita di gas".

"Le nostre ricerche – prosegue Bonatti - hanno portato ad una serie di risultati nuovi ed inaspettati, in quanto siamo riusciti a determinare, per la prima volta, la velocità con cui il mantello terrestre risale sotto la Dorsale, pari a 25 millimetri all’anno: un dato essenziale per capire i meccanismi di formazione della crosta oceanica. Abbiamo poi scoperto che la temperatura del materiale profondo che risale sotto la Dorsale MediAtlantica, pur se soggetta a oscillazioni nel tempo, è aumentata gradualmente negli ultimi 20 milioni di anni e, conseguentemente, è aumentato anche lo spessore della crosta terrestre dell’Atlantico. Questi risultati possono sembrare molto "remoti", ma dobbiamo considerare che nel nostro Pianeta i processi profondi sono strettamente legati a quelli superficiali".

Un aumento della temperatura del mantello suboceanico causerà quindi un incremento dello spessore crostale, un "rigonfiamento" del fondo degli oceani e, di conseguenza, un innalzamento del livello del mare e delle emissioni di gas, come CO2 e metano, dalla Dorsale; gas che, finendo nell’atmosfera, potrebbero influenzare in tempi geologici il clima del nostro Pianeta.

"Questa ricerca – conclude il ricercatore del CNR, professore ordinario di geodinamica all’Università di Roma "La Sapienza" – dimostra che la scienza italiana è in grado di portare avanti studi di eccellenza, con pochi fondi e in un contesto generale che sembra fare di tutto per scoraggiare i nostri sforzi".

 

 

 

Sempre meno pesci


Secondo una ricerca, svolta da Ransom Myers, biologo della Dalhousie University in Canada, negli oceani sarebbe rimasto solo il 10 per cento di tutti i pesci di grandi dimensioni. Un declino devastante, iniziato dal 1959 con la nascita della pesca industriale, che ha colpito indistintamente sia i pesci che vivono in mare aperto, sia le specie che vivono sui fondali, dai tropici ai poli.
La pesca industriale - spiega Ransom Myers - è la principale responsabile dello scempio che ha praticamente ripulito tutti gli oceani del mondo. Gli studi hanno appurato che per ridurre ogni comunità di pesci a un decimo della sua popolazione l'industria della pesca impiega solamente dai 10 ai 15 anni. Si è appurato che in tutti i mari del pianeta scarseggiano sempre di più specie come il gigantesco marlin azzurro, il tonno, i merluzzi dell'Artico, le cernie tropicali, ecc.

Un esemplare di marlin azzurro

Secondo Boris Worm dell'Università di Kiel, in Germania, coautore della ricerca, anche le stesse industrie della pesca segnalarono a suo tempo una repentina scarsità delle quantità di pesce pescato. Lo scenario è davvero preoccupante - continua Bosis Worm – perché nessun ente internazionale, e tanto meno i governi, ha previsto l'impatto che un simile deterioramento poteva avere sugli ecosistemi marini. Infatti, il ridimensionamento numerico della megafauna, dei grandi predatori e delle specie di maggior valore non solo minaccia l'esistenza delle stesse specie e pure delle industrie che dipendono da loro, ma potrebbe provocare delle modificazioni di tutti gli ecosistemi oceanici, con imprevedibili conseguenze. Lo studio è stato pubblicato dal periodico "Nature".


Un nuovo cavalluccio marino


Sara Lourie, biologo marino e dottorando alla McGill University di Montreal, in Canada, nonché membro del team del “Project Seahorse”, ha individuato il cavalluccio marino più piccolo del mondo, che si va aggiungere alle 32 specie già conosciute di cavallucci marini. I

maschi di questa specie di cavalluccio marino, battezzata da Sara Lourie con il nome di Hippocampus denise, raggiungono una lunghezza di appena 16 millimetri. Una dimensione che li ha fatti in passato spesso confondere con la prole di una delle 32 altre specie. Il nuovo cavalluccio marino vive fra i coralli più profondi ed è molto abile nel camuffamento. Due fattori che giocano a suo favore. Con pochi avvistamenti non si può certo accertare con precisione se sia o meno sottoposto a rischi. Tuttavia, sembrerebbe che i nuotatori e sommozzatori gli diano la “caccia” per poterli ammirare. Secondo Sara Lourie, questo turismo subacqueo potrebbe anche metterli in pericolo.La nuova specie di cavalluccio marino è stata descritta dal periodico “Zoological Studies”.

 

 

Come si produce il pesce allevato


Ogni anno circa 80 milioni di tonnellate di pesce vengono prelevate dai mari e dagli oceani di tutto il mondo. Non tutto questo pesce finisce nei nostri piatti. Più di un terzo è usato per produrre farina di pesce o olio di pesce. Ma neanche questi finiscono tutti in prodotti alimentari o altri prodotti di consumo diretto: due terzi sono usati per gli allevamenti di pesce del settore dell'acquacoltura. Quello dell'acquacoltura è uno dei settori industriali alimentari in maggiore crescita nel mondo. L'aumento del settore di allevamento di specie ittiche è alimentato in gran parte della crescente domanda di pesce di alta qualità come il salmone o la trota. Queste sono specie carnivore che in libertà si nutrono di pesci più piccoli, calamari e altri crostacei. Quando vengono allevati in cattività, invece, sono nutriti con palline composte in gran parte da farina e olio di pesce che provengono da piccoli pesci pieni di spine come acciughe, sardine, sgombro e aringhe.

Alcune di queste specie sono destinate anche per il consumo umano, ma altre sono usate solo per fare questi prodotti. Secondo una stima cauta del WWF, servono 4 kg di pesce selvatico per produrre 1 kg di pesce allevato. L'industria dell'acquacoltura attualmente consuma il 70% della produzione mondiale di olio di pesce e il 34% delle farine di pesce. Gli allevamenti di salmone e trota da soli consumano il 53% della produzione mondiale di olio di pesce. E se l'allevamento di pesce continuerà a crescere al ritmo attuale, entro il 2020 l'industria del settore potrebbe usare tutta la produzione di olio di pesce e la metà delle farine di pesce. Ma i pesci di piccola taglia non sono risorse infinite e molte popolazioni sono già sfruttate oltre il limite di rigenerazione, come alcune specie che vivono lungo la costa del Perù e del Cile. Il pescato di sardine in Sud America, per esempio, è diminuito drasticamente da 6.5 milioni di tonnellate nel 1985 a 60,000 tonnellate nel 2001 a causa di El Nino e della pesca eccessiva.

Anche alcune specie dell'Atlantico nord orientale sono sovrasfruttate. Il declino di questi pesci non è solo un problema per gli allevamenti, ma anche per gli ecosistemi. Essi infatti sono prede di altri pesci, uccelli e mammiferi. L'eccessivo sfruttamento significa meno cibo per i merluzzi, gli eglefini, i tonni, o le orche. È ironico che l'allevamento di pesce sia pubblicizzato come un modo per diminuire la pressione sulle risorse ittiche selvatiche. La gestione sostenibile della pesca è possibile. Ci sono alternative anche per l'olio e la farina di pesce. L'uso crescente delle interiora di pesce catturato per il consumo umano è una possibile soluzione che è poco considerata. Negli ultimi anni, gli allevamenti di pesce in mare stanno superando quelli sulla terra. Il risultato è che le interiora vengono perse nell'oceano. Ma potrebbero essere usate per l'alimentazione degli animali. Un altra alternativa è l'uso di proteine vegetali. Ma anche le alternative presentano problemi. Ad esempio le interiora dei pesci come le budella presentano quantità di sostanze tossiche maggiori, come le diossine. Ad ogni modo, qualsiasi sia la soluzione adottata, essa non deve causare danni agli ecosistemi marini.

 

 

L'Islanda vuole cacciare le balene


Il WWF ha condannato la richiesta dell'Islanda di poter ricominciare la caccia su tre specie di balena. La proposta è stata inoltrata alla Commissione Baleniera Internazionale e permetterebbe all'Islanda di cacciare 250 esemplari all'anno. Il WWF ha chiesto al governo di ritirare immediatamente la sua richiesta. L'Islanda è un'importante meta dell'eco-turismo per via del whale watching, che genera molti più guadagni di quanti se ne ricaverebbero dall'uccisione di specie minacciate, sostiene il WWF. La caccia servirebbe per condurre ricerche "scientifiche", ma gli ambientalisti sostengono che questo è solo un pretesto, e che tutte le informazioni scientifiche possono essere raccolte senza uccidere le balene.


Il WWF ha condannato la richiesta dell'Islanda di poter ricominciare la caccia su tre specie di balena. La proposta è stata inoltrata alla Commissione Baleniera Internazionale e permetterebbe all'Islanda di cacciare 250 esemplari all'anno secondo le disposizioni sulla ricerca scientifica della convenzione. Il programma proposto prevede la cattura di 100 esemplari di balenottera minore, 50 di balena Sei, e 100 di Balena Fin ogni anno. Queste ultime specie sono classificate come "minacciate" dall'IUCN ( World Conservation Union ). Sebbene l'Islanda abbia inoltrato la proposta senza renderla pubblica, un quotidiano di Reykjavik ha reso noti i dettagli: la caccia servirebbe per condurre ricerche "scientifiche" sulla dieta dei cetacei, la loro distribuzione, la grandezza delle popolazioni e la loro interazione con le altre specie marine. Gli ambientalisti sostengono che questo è solo un pretesto, e che tutte queste informazioni scientifiche possono essere raccolte senza uccidere le balene.

Secondo la Whale Conservation Society, i risultati degli studi sulla dieta saranno usati solo per appoggiare falsi argomenti scientifici che giustificano l'eliminazione delle balene al fine di proteggere le risorse ittiche ( che secondo il Giappone sono in declino a causa dei grandi cetacei, ndt ). Queste sono le stesse giustificazioni usate dal Giappone che uccide 900 esemplari all'anno dietro la bandiera della ricerca scientifica. La caccia commerciale non ricomincerebbe prima del 2006, ha detto il governo islandese, mentre il programma "scientifico" inizierebbe nel 2003, ma ancora nulla di definitivo e' stato deciso. Il WWF ha chiesto al governo di ritirare immediatamente la sua richiesta. L'Islanda è un'importante meta dell'eco-turismo

per via del whale watching, che genera molti più guadagni di quanti se ne ricaverebbero dall'uccisione di specie minacciate, sostiene il WWF. Tra il 1986 e il 1989, dopo l'entrata in vigore della moratoria sulla caccia, l'Islanda aveva già condotto un programma "scientifico" catturando 120 esemplari di balena all'anno. Sette delle 13 specie di grandi balene rimangono in pericolo nonostante i decenni di protezione.

Secondo le stime della Commissione Baleniera Internazionale, nell'Atlantico settentrionale rimangono tra i 21,000 e i 31,000 esemplari di balenottera minore, tra i 27,000 e gli 82,000 esemplari di balena Fin, e 6,000-18,000 esemplari di balena Sei. L'Islanda è rientrata nella Commissione Baleniera lo scorso Ottobre, dopo una controversa votazione che per un solo voto ha riammesso il paese nella Commissione. Sempre in Islanda, una coalizione internazionale di 120 ONG ambientaliste ha chiesto alle banche private ed alle istituzioni finanziarie internazionali di non finanziare la costruzione della diga Karahnjukar e la fonderia di alluminio. Se realizzato, il progetto comprenderà la costruzione di nove dighe, tre bacini idrici, una serie di tunnel e un impianto energetico da 690 megawatt. Questa è solo la prima di una serie di grandi dighe progettate per fornire elettricità alle fonderie di alluminio della Alcoa Incorporation. Le infrastrutture previste comporteranno un alto impatto ambientale.

La Compagnia Energetica Nazionale Islandese intende raccogliere i finanziamenti dalla Banca Europea per gli Investimenti (BEI), la Banca Nordica per gli Investimenti (BNI), e dalle banche private. Il WWF, gli Amici della Terra e le altre ONG ambientaliste hanno chiesto alla BEI ed alla BNI di non fornire alcun prestito per la realizzazione del progetto. Uno dei tunnel principali che si estenderà dal bacino idrico alla centrale elettrica sarà costruito dalla società Italiana Impregilo.

È possibile esprimere il proprio dissenso al progetto mandando un'email tramite questo URL:
http://www.foei.org/cyberaction/iceland.php

 

 

Cirripedi in pericolo


Biologi della City University di Hong Kong, hanno scoperto che i nefasti effetti delle radiazioni solari, causate dalla continua depauperazione dello strato di ozono, sta sempre più minacciando la sopravvivenza degli ecosistemi costieri. In particolare, i ricercatori hanno osservato che queste radiazioni stanno accecando le larve dei cirripedi, minuscoli crostacei marini. I recettori per la luce, presenti negli occhi dei cirripedi, permettono loro di nuotare in superficie con lo scopo di procurarsi il cibo. Ma le radiazioni ultraviolette, sempre meno schermate dallo strato di ozono, riescono a penetrare il loro guscio danneggiando irreparabilmente le cellule della retina impedendo loro di procurarsi il cibo.

Questa è la causa - secondo i biologi - dell'imponente declino della popolazione dei cirripedi verificatosi a Hong Kong, che ebbe il suo inizio a partire dagli anni settanta. Il decesso delle larve – continuano i biologi – potrebbe portare a un declino dell'intera catena alimentare visto che gli elementi nutritivi e energetici contenuti nelle larve sono indispensabili a molti predatori.

Inoltre, secondo ricercatori dell’Università internazionale di Brema, in Germania, le potenti radiazioni ultraviolette potrebbero danneggiare gli occhi di molti altri crostacei, fra cui granchi, aragoste e gamberi. Tuttavia, secondo i ricercatori tedeschi, bisognerà effettuare altre verifiche prima di lasciarsi andare a eccessive preoccupazioni. Può darsi che gli organismi soggetti a maggior sensibilità vengano soppressi, lasciando il posto a organismi più resistenti.

 

L'ipossia degli oceani


Ricercatori della City University di Hong Kong, guidati dal dottor Rudolf Wu, hanno svolto una ricerca per determinare le conseguenze sui pesci del repentino abbassamento dei livelli di ossigeno negli oceani, fenomeno noto come ipossia. Si è accertato che la scarsità di ossigeno può arrecare gravi danni alla popolazione ittica: dal soffocamento all'incapacità di riprodursi. Il fenomeno mette in serio pericolo l'esistenza di molte specie.

L'ipossia, che provoca nelle carpe un danno endocrino e una diminuzione del tasso di riproduzione, è stata aggiunta nella lista degli agenti fortemente indiziati di avere un effetto negativo sul funzionamento ormonale. Ora la lista cita pesticidi, molte tipologie di steroidi e di metalli, la luce ultravioletta, e come "nuova entrata" l'ipossia, che interessa ormai moltissime aree acquatiche del globo. Secondo i ricercatori, l'ipossia deve essere considerata la più pericolosa.

Il fenomeno dell'abbassamento dei livelli di ossigeno negli oceani, in crescita negli ultimi anni a causa dell'aumento della popolazione mondiale, è stato causato dalle alghe, la cui popolazione è cresciuta in dismisura grazie a un'eccessiva presenza di alimenti nutritivi provenienti dagli scarichi di fertilizzanti, acque fognarie, ecc.La ricerca è stata pubblicata dal periodico "Environmental Science & technology".

 

 


Delfini: un fischio li salverà


I ricercatori dell’Istituto per l’Ambiente Marino Costiero del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Mazara del Vallo hanno messo a punto un nuovo sistema per salvare i delfini: un semplice segnale acustico che li tiene lontani dalle reti senza danneggiarne l’apparato uditivo.

L’insolita richiesta è arrivata dalle Associazioni di Pescatori e Armatori di San Vito Lo Capo (TP), che si sono rivolti ai ricercatori del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) per trovare un modo per non pescare. Nelle reti, infatti, finivano sempre più spesso i delfini, con danni rilevanti alla loro attività, visto che in Sicilia ogni imbarcazione ha catturato in media 1-3 delfini ogni tre anni.

Gli esperti dell’Istituto per l’Ambiente Marino Costiero (IAMC-CNR) hanno così progettato un sistema innovativo che, attraverso un segnale acustico, avverte i delfini tenendoli lontani dal pericolo: "Inizialmente – spiega Salvatore Mazzola, ricercatore dell’IAMC-CNR di Mazara del Vallo – abbiamo pensato di utilizzare dei suoni che potessero provocare delle reazioni a livello psicologico, come ad esempio il suono dell’orca, nemico naturale dei delfini, oppure segnali di stress emessi dagli stessi mammiferi. Ma ci siamo accorti che l’efficacia di questi metodi durava appena due settimane, dopodiché scattava un meccanismo di assuefazione che faceva venire meno l’associazione suono-pericolo".

Per superare il problema i ricercatori del CNR hanno elaborato allora un metodo che interferisce con il sonar dei mammiferi senza creare loro danni uditivi: uno strumento da collegare alle reti, in grado di emettere segnali acustici in modo random, sia come sequenza che come intensità, realizzato dopo ben 3 anni di studi, condotti nell’ambito del progetto europeo EMMA (Electroacoustic prototype for controlling the behaviour of Marine Mammals).
"Gli esperimenti condotti in mare durante azioni di pesca – conclude Mazzola - hanno dimostrato l’efficacia del prototipo per un periodo di 3 mesi, con grande soddisfazione degli ambientalisti, che hanno sempre denunciato il gran numero di catture accidentali di delfini in violazione delle leggi europee di salvaguardia".

 

 

Le funzioni del pH delle acque


Oceanografi dell’Università di Rhode Island hanno effettuato uno studio sugli effetti delle variazioni del pH nel mare. In particolare, essi hanno voluto verificare il valore del pH negli oceani aperti e nel mare in prossimità delle coste e gli effetti sul tasso di crescita e sull'abbondanza del fitoplancton.

Gli oceanografi hanno appurato che il valore di pH negli oceani aperti è di 8.1, leggermente alcalino e rimane praticamente invariato. Nelle acque costiere invece il valore del pH subisce delle mutazioni. Kenneth Hinga, uno dei promotori della ricerca, ha accuratamente analizzato tutte le ricerche disponibili, portate a termine sia in laboratorio sia sul campo, a riguardo degli effetti del pH sul fitoplancton marino. Egli ha osservato che il valore del pH nelle acque costiere e negli estuari oscilla fra 7.5 e 8.5, e occasionalmente tocca punte massimi di 9 e minime di 7.

Questi dati rivestono un'elevata importanza perché sono strettamente relazionati con il tasso di crescita di molte specie marine. Quando i valori raggiungono un picco troppo elevato o troppo basso, solamente le specie che riescono tollerare simili sbalzi riescono crescere, dominando l'intera comunità. Ad esempio, quando il valore del pH raggiunge un picco di 9, il fitoplancton fissa carbonio in un tempo dimezzato; quando invece il valore del pH raggiunge 8 l'abbondanza di molte specie viene influenzata.
La ricerca è stata pubblicata dal periodico “Marine Ecology Progress Series”.

 

 

Oceani pieni di farmaci

I mari si espandono nel 70 per cento della superficie terrestre, ma il loro potenziale biomedico è sconosciuto perché inesplorato. Ora, un team di ricercatori della Scripps Institution of Oceanography dell'Università della California a San Francisco, ha scoperto che nei fondali oceanici vivono moltissimi microbi che producono molecole antibiotiche. Per cui, le aree inesplorate, situate nei sedimenti oceanici, rappresentano un'importante risorsa biomedica.

Il team di ricercatori, guidato da William Fenical, ha divulgato, in due distinti articoli, l'individuazione di un nuovo gruppo di batteri produttori di molecole che potrebbero sconfiggere una moltitudine di patologie infettive e tumorali. Nel primo articolo, pubblicato dal periodico "Applied and Environmental Microbiology", viene divulgata per la prima volta, la scoperta, nei sedimenti oceanici, dei nuovi batteri actinomycetes, che per oltre 45 anni hanno coperto un ruolo fondamentale nell'industria farmaceutica per la messa a punto di varie terapie antibiotiche. Nel secondo articolo, pubblicato dal periodico "Angewandte Chemie”, viene esposta la struttura del Salinosporamide A, generato da questi batteri. Un potente inibitore della crescita di vari tumori, fra cui il carcinoma del colon e quello del seno.

 

 

Giappone: trovata medusa gigante

Nelle acque marine del Giappone è stata avvistata quella che secondo gli esperti è senza ombra di dubbio la medusa più grande scovata negli ultimi decenni. L’esemplare, che ha una larghezza di circa un metro pesa approssimativamente 150 Kg. La super medusa è stata avvistata per la prima volta nel mese di agosto vicino a Echizen, una città nella prefettura di Fukui dopodiché se ne erano perse le tracce.

Dal suo primo avvistamento però le segnalazioni di esemplari simili, si sono moltiplicati esponenzialmente. Tantissimi pescatori hanno addirittura dichiarato di averne visto branchi composti da diversi migliaia di esemplari.

Anche Toru Yasuda, un biologo marino della Fukui University si è detto particolarmente stupito dell’avvenimento. "Non sappiamo spiegarci l'aumento improvviso del numero di esemplari - ha detto alla stampa. Una causa possibile potrebbe essere l'anormale aumento della temperatura dell'acqua".

In base a quanto spiegato dai biologi marini questa particolare specie, scoperta nel 1920, può crescere ulteriormente raggiungendo in rari casi anche i 5 metri di larghezza. Per fortuna, hanno aggiunto gli esperti, il veleno non risulta letale per l'uomo!

 

 

Il moto ondulatorio degli oceani


Un gruppo di ricercatori, hanno scoperto la presenza di una nuova tipologia di onda oceanica che scambia di continuo energia tra la parte del mare situata nel fondale e quella situata subito sopra. La scoperta, che è stata fatta dalla ricercatrice Cinna Lomnitz dell'Università del Messico e dall'oceanografo statunitense Rhett Butler, è stata fatta con l'ausilio di un osservatorio sismico situato sul fondo dell'Oceano Pacifico.
Fu il grande terremoto che colpì Città del Messico nel 1985 a spingere Cinna Lomnitz nel supporre l'esistenza di una possibile onda anomala visto che le onde distruttive oceaniche propagano allo stesso modo anche negli strati di fango situati sotto Città del Messico.

Il devastante terremoto - spiega Cinna Lomnitz - fu causato da un'onda accoppiata, ovvero due onde che si scambiano continuamente a vicenda energia. Ha influito ulteriormente, sulle conseguenze estremamente distruttive del sisma, anche il fatto che la capitale messicana è stata costruita su un letto di sabbia. Una tale situazione facilita ancora di più il viaggio dell'onda sismica.
Il forte sospetto che simili onde potessero scorrere lungo il fondo oceanico e l'analisi dei dati di Hawaii.2, un osservatorio sottomarino che si trova tra le isole Hawaii e la California, hanno spinto Cinna Lomnitz a mettersi in contatto con il collega Rhett Butler. Grazie all'attenta analisi di tutti i dati, i due ricercatori hanno scoperto l'esistenza di questo nuovo tipo di onda oceanica che è stata classificata con il nome di onda di Rayleigh.

In termini tecnici, La propagazione dell'onda Rayleigh avviene lungo le superfici dei solidi. Il fenomeno è da considerare un'onda acustica che si muove in accoppiamento a un'onda di Rayleugh. Entrambe le onde si scambiano reciprocamente energia nel fondale del mare e l'acqua subito sovrastante. Secondo Cinna Lomnitz il fenomeno desta molto interesse e una sua maggiore comprensione potrebbe rilevarsi molto utile in futuro per la prevenzione dei danni causati da terremoti.

 

 

Un'isola sommersa


L'affascinante indotto naturalistico caratterizzato dalle Channel Islands è situato nell'Oceano Pacifico, al largo della costa meridionale della California. Sono incluse le isole di Anacapa Island, San Miguel, Santa Rosa, Santa Cruz Island e Santa Barbara. Le isole di Santa

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Catalina, San Clemente Island e San Nicolas, che sono situate a meridione, sono divenute parco nazionale: il Channel Islands National Park. Queste isole, e l'area acquatica di 10 km che circonda ognuna di esse, fanno parte della meravigliosa oasi naturale divenuta riserva nazionale nel 1980 con lo scopo di preservare l'habitat paesaggistico e faunistico. Un parco naturale lussureggiante in cui si possono trovare molteplici varietà di piante, uccelli e animali marini. In particolare, l'isola di Anacapa Island è famosa perché qui si può ammirare la coreopsis gigante, il girasole più grande del mondo.

L'arcipelago è un «fiore all'occhiello» per gli appassionati dell'avventura visto che vi si trovano, con molta facilità, una miriade di grotte marine da esplorare. E non è tutto: esiste pure Calafia, un'isola che si trova immersa nel mare almeno da 13 mila anni. Quest'isola sommersa è stata scoperta per caso da Edward Keller, ordinario di scienze geologiche all'università della California.

 

 

Creature degli abissi

Le sue dimensioni sono di circa 12 centimetri, ma il suo aspetto non è molto rassicurante. È un tunicato, ovvero quegli animali classificati alla base del processo evolutivo che porta ai vertebrati.

Le loro larve rappresentano l’esempio di animali con determinati elementi che palesano uno stadio iniziale dello sviluppo dei vertebrati. Vive nelle profondità marine a una profondità compresa tra i 200 e 5000 metri e, invece di nutrirsi delle particelle ricavate dal filtraggio

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dell’acqua, metodologia impiegata dalle altre specie della medesima categoria, cattura piccoli gamberetti e copepodi. Il Megalodicopia hians è dotato di una grande bocca sensibilissima alle vibrazioni generate dallo spostamento delle prede che una volta catturate vengono digerite solo dopo alcuni giorni.

Un team di ricercatori guidati da michael vecchione, ha scoperto che nell’oceano Pacifico (centrale), a una profondità di oltre 3000 metri, vive una specie gigante di calamaro. La sua lunghezza varia tra i 4 e 5 metri d è dotato di dieci tentacoli.

 

 

Come nasce il maremoto


Tsunami è un termine scientifico giapponese che originariamente significava "onda di porto", e che oggi viene utilizzato per indicare l'onda anomala, più comunemente conosciuta come maremoto.

Ma come nasce un tsunami? Da un terremoto con epicentro nel mare e nelle aree costiere, o da eruzioni vulcaniche sottomarine, o ancora dalla caduta di un asteroide, che generando il movimento del fondo del mare si propaga all'acqua. Si pensi che le creste dell'onda distano l'una dall'altra un centinaio di chilometri.

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Tanto per capirci, nel momento in cui la prima cresta raggiunge la costa, la seconda si trova ancora in mare aperto. Bisogna poi tenere presente che la velocità di un'onda dipende in ogni suo punto dalla profondità dell'acqua, ed è per questo che mentre la testa dell'onda perde velocità in prossimità delle acque costiere, la coda mantiene velocità molto più alte. La velocità si aggira, infatti, intorno agli 800Km/ora in 5000 metri d'acqua, e intorno ai 36 Km/ora in 10 metri di acqua. In tal modo l'onda subisce un raccorciamento e nello stesso tempo un impilamento trasformandosi in un vero e proprio muro d'acqua in grado di raggiungere sotto costa altezze di alcune decine di metri.

Stiamo parlando di uno dei fenomeni naturali che ad oggi l'uomo non è ancora in grado di prevedere. L'unica previsione possibile è limitata alle ripercussioni di un tsunami già scatenatosi in aree sufficientemente lontane.

Da qui la necessità di approfondire gli studi geologici e geofisici nelle zone più a rischio di movimenti tettonici. In questa direzione si è mosso l'Istituto di Geologia Marina del CNR, con una serie di ricerche a livello nazionale ed internazionale sulle aree tsunamigeniche, proprio al fine di produrre valutazioni sulla probabilità di accadimento di simili eventi.

In particolare le ricerche si sono concentrate sulla mappatura degli edifici vulcanici nell'Arco Eoliano, delle strutture tettoniche attive nella scarpata di Malta, e nel Mare di Marmara. Le rilevazioni più interessanti sono state acquisite durante le crociere oceanografiche a bordo delle navi "Urania" del CNR, e "OGS ESPLORA" dell'Osservatorio Sperimentale di Trieste.

I ricercatori, infatti, sono riusciti ad individuare la sorgente di uno dei maremoti più memorabili del passato, quello del 1775, che provocò la distruzione della città di Lisbona e che ebbe ripercussioni anche sulle coste dell'Africa, Spagna, Inghilterra, fino alle Azzorre; ne hanno misurato le caratteristiche geologiche, geofisiche e geometriche, ed ora intendono realizzare il progetto di un prototipo di osservatorio sottomarino in grado di misurare contemporaneamente l'intensità del terremoto, del moto del fondo, e della colonna di acqua.

In questo modo sarà possibile realizzare le mappe delle zone più a rischio sulle coste atlantiche, e soprattutto capire la relazione intercorrente tra il terremoto e la creazione del tsunami.