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La
parentela fra cetacei e ippopotami
È stata confermata da studi genetici e analisi dei fossili
Un gruppo di mammiferi quadrupedi, vissuti in
tutto il mondo per 40 milioni di anni e poi scomparsi durante un'era
glaciale, potrebbe essere l'anello mancante fra la balena e il suo
non così ovvio parente più prossimo, l'ippopotamo. Queste sono le
conclusioni di Jean-Renaud Boisserie dell'Università
della California di Berkeley e dei suoi colleghi francesi, che
mettono a tacere le congetture secondo le quali l'ippopotamo
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sarebbe in realtà
imparentato con il maiale o il suo parente più prossimo, il pecari
dell'America Latina. Alcuni studi genetici, vent'anni or sono,
avevano già rivelato una stretta parentela fra i cetacei e gli
ippopotami. Ora anche l'analisi dei fossili sembra confermarlo.
"Il problema - spiega Boissiere - è che osservando un
ippopotamo si pensa che possa essere imparentato con i cavalli, come
credevano gli antichi Greci, o con i maiali, e non certo con le
balene, come suggerisce la filogenia molecolare. Questo perché c'è
un gap di 40 milioni di anni fra i fossili dei primi cetacei e i
primi ippopotami".
In uno studio pubblicato sulla rivista "Proceedings
of the National Academy of Sciences", Boisserie e colleghi
colmano questa lacuna ipotizzando che le balene e gli ippopotami
abbiano avuto un antenato comune, 50 o 60 milioni di anni fa, che si
sia poi evoluto dividendosi in due gruppi: i primi cetacei, che in
seguito hanno abbandonato completamente la terra e sono diventati
animali acquatici, e gli antracoteri, un gruppo di animali
quadrupedi simili a maiali, vissuti per un periodo di 40 milioni di
anni e divisi in almeno 37 generi diversi su tutti i continenti
(tranne l'Oceania e il Sud America). Gli antracoteri si sono poi
estinti meno di 2,5 milioni di anni fa, lasciando un solo
discendente: l'ippopotamo.
Questa ipotesi pone le balene all'interno del grande gruppo degli
artiodattili. "Il nostro studio - commenta Boisserie - dimostra
che questi gruppi non sono senza rapporti come ritenevano i
morfologi. I cetacei sono artiodattili, anche se derivati. Potremmo
chiamarli cetartiodattili".
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Secondo i calcoli sono stati
assorbiti 118 miliardi di tonnellate di carbonio tra il 1800 e il
1994
Le emissioni mondiali di biossido di carbonio dovute alla
combustione dei combustibili fossili stanno alterando drasticamente
la chimica degli oceani, minacciando gli organismi marini, compresi
i coralli. È quanto emerge dalla lettura del rapporto "Impacts
of Ocean Acidification on Coral Reefs and Other
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Marine
Calcifiers," stilato dai ricercatori del National
Center for Atmospheric Research (NCAR) di Boulder, in
Colorado.
Secondo il rapporto gli oceani del pianeta hanno assorbito 118
miliardi di tonnellate di carbonio tra il 1800 e il 1994. Gli
oceani sono naturalmente alcalini, ma l’interazione con il
biossido di carbonio li sta rendendo più acidi. L’aumento
di acidità diminuisce la concentrazione di ioni carbonato,
che molti organismi marini utilizzano per produrre scheletri
di carbonato di calcio, come nel caso dei coralli.
"È chiaro che la chimica dell’acqua marina è
destinata a cambiare nei prossimi decenni e secoli con modalità
che altereranno fortemente la vita” ha spiegato Joan Kleypas,
primo firmatario dello studio. “Stiamo cominciando solo ora
a comprendere le complesse interazioni tra le variazioni
chimiche su larga scala e l’ecologia marina. È cruciale
poter sviluppare strategie di ricerca che consentano di
comprendere meglio i punti deboli degli organismi marini che
si possono evidenziare a lungo termine in seguito a tali
cambiamenti.”
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Prosegue
il censimento della vita marina
Tracciata una mappa della distribuzione delle specie oceaniche
Persino in Europa e nei mari più studiati, la
continua e rapida scoperta di nuove specie marine sembra non avere
fine. Lo conferma il Census
of Marine Life (CoML), la gigantesca collaborazione di centinaia
di scienziati in più di 70 paesi con lo scopo di catalogare tutte
le specie marine del
nostro pianeta. Gli autori
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hanno messo insieme
un database con più di 5,2 milioni di osservazioni, nuove e
passate, che tracciano una mappa della distribuzione di 38.000
specie marine. Si tratta di un incremento esponenziale rispetto
all'anno scorso, quando il database conteneva "appena" 1,1
milioni di osservazioni per 25.000 specie. I nuovi risultati saranno
annunciati il 29 novembre 2004 a un meeting di esperti ad Amburgo,
in Germania, insieme alla presentazione di un network di nove
organizzazioni regionali (in Australia, Canada, Cina, Europa,
Giappone, India, Nuova Zelanda, Sud America, e Africa sub-Sahariana)
per migliorare le conoscenze delle rotte marine. Successivamente, a
Parigi si terrà dal primo al 3 dicembre un convegno del comitato
scientifico internazionale del CoML.
Nonostante sia ancora in costruzione, il database dell'Ocean
Biographic Information System (OBIS), costato 9,5 milioni di
dollari, mostra già per la prima volta i dati relativi al 95 per
cento di tutte le osservazioni esistenti sulla vita negli oceani.
Nel 2004 sono state finora aggiunte al database 106 nuove specie di
pesci marini, con una media di circa due specie alla settimana,
portando così il totale delle specie di pesci a 15.482. Secondo gli
esperti del CoML, il conto totale sarà di circa 20.000. Il database
contiene anche più di 6.800 specie di zooplancton.
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Il
senso elettrico dei pesci
Gli animali generano un campo elettrico e percepiscono le sue
distorsioni
La
maggior parte degli animali utilizza l'olfatto, l'udito o la vista
per conoscere il mondo che li circonda. I minuscoli pesci elettrici,
invece, sondano l'ambiente per mezzo di impulsi od onde di
elettricità. Alcuni scienziati hanno ora dimostrato che il
"senso elettrico" dei pesci è molto più
acuto di quanto si pensasse:
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usando solamente
l'elettricità, i pesci sono infatti in grado di determinare la
forma e l'orientamento degli oggetti. I pesci ottengono queste
informazioni generando un campo elettrico e osservando come viene
distorto. Gli oggetti che conducono elettricità, per esempio gli
altri pesci, piegano il campo in maniera differente di quelli che
non la conducono, per esempio le rocce. Gli scienziati ritengono che
questo senso supplementare aiuti gli animali a nutrirsi di notte.
Studi precedenti avevano già suggerito che questi pesci, nativi dei
corsi d'acqua in Africa e in Sud America, usassero il tatto e il
loro senso elettrico per identificare le forme. Ora un team di
biologi e neuroscienziati, guidati da Christian Graff del Laboratoire
de Biologie du Comportement di Grenoble, in Francia, sostiene
che l'elettricità da sola è più che sufficiente. In un articolo
pubblicato sul numero del 4 maggio della rivista "Current
Biology", i ricercatori descrivono il funzionamento del
senso elettrico, messo alla prova in laboratorio con pesci allevati
in un acquario.
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Foraminiferi
nella fossa delle Marianne
Sono i discendenti di un tipo di plancton che si è adattato alle
alte pressioni
Alcuni
ricercatori giapponesi hanno scoperto numerosi organismi
monocellulari, molti dei quali finora sconosciuti, a una profondità
di oltre undici chilometri sotto il livello del mare, nelle parti più
profonde dell'Oceano Pacifico.Un
campione di sedimenti racconto nell'Abisso Challenger, a sud-ovest
dell'isola
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di Guam, conteneva
infatti diverse centinaia di foraminiferi, un tipo di plancton che
di solito abbonda vicino alla superficie dell'oceano. "A
livello di specie, - ha affermato Hiroshi Kitazato dell'istituto di
ricerca sull'evoluzione terrestre della Japan
Agency for Marine Earth Science and Technology - quasi tutte
quelle che abbiamo scoperto sono completamente nuove".
L'aspetto esterno è simile a quello di altri foraminiferi già
conosciuti, ma i dettagli della loro struttura differiscono
notevolmente. "È sorprendente - ha aggiunto Kitazato - che così
tanti foraminiferi semplici siano in grado di sopravvivere nel punto
più profondo del Pacifico. Con ogni probabilità, la maggior parte
di essi appartiene al ramo più antico dei foraminiferi. Forse
queste località profonde rappresentano per loro una sorta di
rifugio".
Tre creature distinte costituiscono probabilmente i resti di un
gruppo che era in grado di adattarsi alle alte pressioni. Poiché
l'acqua è così profonda, infatti, la pressione nel punto dove gli
organismi sono stati trovati è circa 1100 volte maggiore della
normale pressione atmosferica in superficie. Organismi simili, ma
non identici, erano già stati trovati in altre fosse oceaniche meno
profonde. La scoperta è stata descritta in un articolo pubblicato
sulla rivista "Science".
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Identificare
i delfini
Non ci sarà più bisogno di etichette o marcatori fisici
I
principi dei software per il riconoscimento dei volti possono essere
usati anche per identificare singoli delfini o balene a partire da
fotografie delle loro pinne. Il metodo promette di rendere più
semplice ai ricercatori e ai conservazionisti rintracciare i
mammiferi marini, senza bisogno
di etichette o marcatori fisici.
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La capacità di
riconoscere singoli animali all'interno di una popolazione è
fondamentale per i ricercatori che studiano il comportamento dei
mammiferi marini, e per i conservazionisti che cercano di valutare
lo stato di differenti specie selvatiche. Sapendo quali balene
compiono un determinato viaggio, per esempio, è possibile
comprendere gli schemi migratori generali. "Riuscire a
identificare i singoli animali - spiega Luke Rendell dell'Università
di St. Andrews - ci consente di quantificare le popolazioni e di
effettuare così analisi più consistenti".
In passato, i biologi segnavano le balene con marchi termici o con
azoto liquido. Ma oltre a essere poco pratici, questi approcci
potevano danneggiare gli animali o influenzare il loro
comportamento. Ora Chandan Gope dell'Università
del Texas e colleghi hanno sviluppato un software che analizza
gli schemi delle curve alle estremità delle pinne dorsali di
delfini, balene e leoni di mare, partendo da semplici fotografie.
Le forme di queste parti del corpo cambiano poco con il passare del
tempo, e costituiscono una "impronta" caratteristica che
può essere individuata in differenti fotografie dello stesso
animale. Il programma confronta le curve con quelle presenti in un
database e trova i risultati che combaciano meglio. Il metodo è
stato descritto sulla rivista "Pattern
Recognition".
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Sardine
per salvare il mare
Le eruzioni sottomarine di metano sarebbero dovute alla
decomposizione del fitoplancton
Un piccolo pesce potrebbe contribuire a
limitare le gigantesche eruzioni di gas che renderebbero altrimenti
inabitabile per la vita marina un tratto della costa africana. In un
articolo pubblicato sulla rivista "Ecology
Letters", due ricercatori ipotizzano che banchi di sardine
affamate stiano spazzando via il fitoplancton dalle
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acque al largo della
Namibia, riducendo la produzione di gas tossici e contribuendo così
a limitare il riscaldamento globale.
Per più di un secolo, gli abitanti della costa atlantica della
Namibia sono stati testimoni di gas sulfurei nocivi in risalita dal
fondo del mare vicino. Spesso, le eruzioni erano accompagnate da
massicce morie di pesci e crostacei. Ma soltanto negli ultimi anni i
ricercatori hanno cominciato a studiare attentamente le eruzioni
sottomarine di metano e solfuro di idrogeno, visibili anche nelle
immagini dei satelliti sotto forma di gigantesche fasce di acqua
color turchese. Molti scienziati sono convinti che i gas siano
rilasciati dal fitoplancton in decomposizione.
Due anni fa, Andrew Bakun dell'Università
di Miami e Scarla Weeks dell'Università
di Cape Town avevano notato una breve pausa nell'attività
eruttiva che era coincisa con una crescita delle popolazioni locali
di sardine. Ora hanno ipotizzato che milioni di sardine abbiano
divorato il fitoplancton che altrimenti avrebbe invaso il fondale
marino, riducendo così la produzione di gas.
Questo collegamento deve ancora essere provato, ma Bakun è convinto
che il caso della Namibia possa servire da avvertimento per altre
aree, come il Marocco e la California, le quali sperimentano
eruzioni gassose simili che potrebbero rivelarsi letali per la vita
marina se i cambiamenti climatici globali favorissero l'esplosione
del fitoplancton.
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Le
spine dei ricci di mare
Si formano a partire da materiale amorfo che si trasforma in
cristallo in poche ore
Le spine del riccio di mare rappresentano un
capolavoro di ingegneria: composte da un singolo cristallo, dalla
base alla punta aguzza, ricrescono nel giro di pochi giorni dopo
essere state spezzate. Ora un gruppo di ricercatori del Weizmann
Institute of Science ha scoperto il loro segreto. Anche se molti
cristalli
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crescono a
partire da atomi o molecole che si dissolvono in un liquido
(zucchero e sale sono gli esempi più familiari), Lia Addadi e Steve
Weiner hanno scoperto che i ricci di mare usano una differente
strategia. Il materiale delle spine viene prima ammassato in una
forma non cristallina, chiamata "carbonato di calcio
amorfo" (CCA). Pacchetti di CCA fuoriescono dalle cellule che
circondano la base della spina rotta e vengono spinti su fino
all'estremità in crescita. Entro poche ore da quando arriva sul
luogo, il materiale amorfo (composto da molecole disorganizzate ma
densamente ammucchiate) si trasforma in cristalli di calcite, dove
le molecole si allineano in una struttura ordinata.
Addadi, Weiner e colleghi hanno usato quattro metodi di ricerca
differenti, fra cui due tipi di microscopia elettronica, per
studiare il CCA mentre viene depositato e trasformato in cristallo.
"Ci siamo chiesti - ha affermato Weiner - perché gli
scienziati non erano mai riusciti ad osservare un processo che
sembrerebbe molto semplice. In effetti, poiché il CCA è una fase
transitoria, abbiamo dovuto sviluppare nuovi metodi per individuarlo
prima che sparisse". Lo studio è stato descritto in un
articolo pubblicato sul numero del 12 novembre 2004 della rivista
"Science".
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L'inquinamento
uccide i coralli
Due delle specie più comuni nel Mar dei Caraibi sono ormai
scomparse
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Nel
Mar dei Caraibi le barriere coralline continuano a morire
rapidamente. John Bruno, docente di scienze marine all'Università
del North Carolina di Chapel Hill e colleghi di altre università
americane ritengono di aver identificato una delle cause del
disastro. I risultati di esperimenti sul campo condotti al largo
della penisola dello Yucatan, in Messico, dimostrano che i numerosi
nutrienti chimici scaricati e versati nel mare possono aggravare le
malattie dei coralli. Lo studio è stato descritto sul numero di
dicembre della rivista "Ecology
Letters".
"Negli ultimi vent'anni - spiega Bruno - il declino delle
barriere coralline caraibiche è aumentato in modo drammatico per la
diffusione di malattie ed epidemie. In meno di un anno le due specie
più comuni, che ricoprivano dal 60 al 70 per cento del fondale,
sono state spazzate via, diventando praticamente estinte e
modificando forse per sempre la struttura di queste comunità
marine".
Per mettere alla prova l'ipotesi dei nutrienti chimici, Bruno e
colleghi sono andati a cercare appositamente i funghi Aspergillus,
che provocano la morte della gorgonia a ventaglio e di due specie di
coralli Montastraea attraverso una malattia nota come aspergillosi.
"Abbiamo scoperto - afferma Bruno - che anche incrementi
modesti nella concentrazione dei nutrienti possono aumentare la
mortalità dei tre coralli caraibici più importanti facilitando la
diffusione delle malattie". Le sostanze provengono, fra le
altre cose, dai fertilizzanti ricchi di azoto e fosforo usati dagli
agricoltori.
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Batteri
fotosintetici marini
L'esistenza di questi organismi sta
costringendo gli oceanografi a ripensare il modello della catena
alimentare
Le nuove tecnologie genetiche
sviluppate negli ultimi anni stanno ora prendendo la via del mare e
aiutano i biologi a scoprire e identificare nuovi ruoli dei batteri che
popolano gli oceani. Uno studio svolto dai microbiologi del Monterey
Bay Aquarium Research Institute e pubblicato sulla rivista Nature
ha permesso di scoprire nel plancton oceanico nuovi gruppi di batteri
fotosintetici privi di clorofilla.
Secondo Ed DeLong, che ha partecipato ricerca, sono tempi eccitanti per le
scoperte genetiche negli oceani, perché sta cambiando completamente la
visione di quali sono i batteri che svolgono la fotosintesi e di come
effettivamente convertano l'energia solare in nutrimento per le altre
creature marine.
In questo studio i ricercatori hanno analizzato i geni di batteri che si
trovano nell'Oceano Pacifico centrale. Così è stato possibile scoprire
che un gran numero di geni fotosintetici, che prima si pensava non fossero
importanti nel plancton marino, è in realtà piuttosto comune nelle acque
marine. Fino a ora si pensava che i principali gruppi fotosintetici degli
oceani appartenessero tutti al fitoplancton dotato di clorofilla. Questa
ricerca ha però identificato gruppi di batteri fotosintetici che non
contengono clorofilla ma sono comunque ecologicamente importanti.
L'esistenza di questi organismi sta costringendo gli oceanografi a
ripensare il modello della catena alimentare marina.
Il
declino dei coralli
Un programma di monitoraggio delle
barriere durato cinque anni mette in allarme i naturalisti
Per oltre dieci anni, i biologi
marini hanno sostenuto che le barriere coralline del mondo si stanno
deteriorando. Le loro prove, spesso osservazioni di coralli morti o in
sofferenza, sono state realmente allarmanti, ma aneddotiche. Ora un
estensivo studio durato cinque anni, che ha coinvolto 5000 volontari, ha
documentato questo declino oltre ogni ragionevole dubbio. Ha anche
mostrato che sia i pesci sia gli invertebrati necessari all'ecologia delle
barriere coralline stanno scomparendo.
Le prime campane di allarme a proposito delle barriere coralline suonarono
nel 1990, quando sembrava che il riscaldamento globale stesse uccidendo le
alghe di cui i coralli si nutrivano. I ricercatori capirono più tardi che
anche altre attività umane, l’edilizia costiera, la pesca eccessiva e
l'inquinamento, potevano avere effetti devastanti. Ma le conclusioni erano
sempre in qualche modo deboli, perché erano state studiate solo poche
barriere coralline, e ancora meno erano state studiate per lunghi
intervalli di tempo. Questo è il motivo per cui nel 1997 Gregor Hodgson,
dell'Università della California a Los Angeles e i suoi colleghi
reclutarono 500 pescatori e sommozzatori per studiare sistematicamente
l'ambiente marino, dando vita al programma Reef Check. Il progetto crebbe
e ora riguarda 1500 barriere coralline nel mondo. In ciascun sito,
volontari e ricercatori hanno stimato il rapporto fra i coralli vivi e
quelli morti, valutato l'impatto delle attività umane e contate le specie
di pesci e di invertebrati. I risultati di questo studio sono stati
pubblicati questa settimana in un rapporto consultabile in Internet presso
il sito del Reef Check.
“La situazione è grigia - sostiene Jennifer Liebeler, coordinatrice del
progetto. - In tutte le specie prese in considerazione sono stati
osservati declini significativi. E soltanto metà dei siti, per la maggior
parte dei casi molto lontani dalle attività umane, hanno un quantità
adeguata di coralli duri, che costituiscono le barriere.
Il
ciclo marino dei metalli pesanti
Le dafnie fanno da collegamento tra
alghe e animali marini
Un gruppo di biologi del Darthmouth
College di Hanover, nel New Hampshire, Stati Uniti, ha compiuto un
passo importante verso la comprensione di come i metalli pesanti, in
particolare il mercurio, si muovono attraverso la catena alimentare
acquatica. I risultati, che verranno pubblicati il 2 aprile sulla rivista
“Proceedings of the National Academy of Sciences”, suggeriscono
l’esistenza di un legame fra la quantità di alghe nell'acqua e quella
di mercurio che finisce nella catena alimentare. La scoperta potrebbe
spiegare come mai i livelli di mercurio nei pesci sembrano non essere
direttamente collegati a quelli presenti nell'acqua.
In un esperimento controllato, i ricercatori hanno seguito il ciclo del
mercurio, dalla dispersione nell'acqua, all’assorbimento da parte delle
alghe fino al consumo da parte di piccoli animali chiamati dafnie, che si
nutrono di alghe. Le dafnie fanno parte dello zooplancton e rappresentano
un'importante fonte di cibo per molte specie di pesci.
Mentre il mercurio non è pericoloso per le dafnie o per i pesci, almeno
nelle concentrazioni normalmente presenti in natura, il suo accumulo nei
tessuti rappresenta un grande problema per gli esseri umani e altri
animali che si nutrono di pesci.
Lo studio ha scoperto che in presenza di una grande quantità di alghe, la
concentrazione di mercurio in esse risulta essere minore e le dafnie non
sono esposte ad alti livelli del metallo. Viceversa, in ecosistemi con
meno alghe le dafnie assumono più mercurio.
"Ora - ha spiegato Paul Pickhardt, principale autore dello studio –
siamo in grado di capire più a fondo la connessione fra il mercurio
nell'acqua e quello nei pesci. Sospettavamo che il legame fosse in un
alga, ma pochi laboratori avevano la tecnologia per compiere simili
misure. Con le nostre tecniche abbiamo raggiunto una sensibilità al
mercurio 50 superiore a quella di qualsiasi altro metodo."
Energia
dal fondo del mare
In un test, è stata misurata una
potenza di 0,02 milliwatt
I biologi conoscono da anni il
potenziale energetico intatto che si trova sul fondo degli mari, dove
microbi convertono la materia organica in molecole ricche di elettroni,
producendo un potenziale elettrico fra il fondo e le acque sovrastanti,
povere di elettroni. Alcuni mesi fa, un gruppo di ricercatori riferì che
elettrodi immersi in un acquario, colonizzato da particolari batteri,
potevano produrre abbastanza energia elettrica da far funzionare un
calcolatore tascabile. Ora alcuni di questi ricercatori hanno provato a
immergere un nuovo dispositivo nelle acque di alcuni porti dell'Oregon e
del New Jersey. Guidato da Leonard Tender, del Naval
Research Laboratory di Whashington, il gruppo ha costruto gli
elettrodi con due dischi di grafite di 14 centimetri di diametro e
traforati, in modo da aumentare la superficie a disposizione delle
reazioni chimiche. Un disco è stato sepolto nei sedimenti, mentre l'altro
è stato posizionato nelle acque sovrastante. I batteri che crescono sulla
piastra sepolta pompano elettroni nell'elettrodo, man mano che consumano
materia organica. Le molecole di ossigeno nell'acqua assorbono gli
elettroni disponibili nell'elettrodo superiore, dando origine a una
corrente che fornisce circa 0,02 milliwatt di potenza, come i ricercatori
hanno riferito sulla rivista "Nature Biotechnology".
Secondo Paul Chandler, del Monterey Bay
Aquarium Research Institute, in California, che progetta strumenti
oceanografici, i sensori spesso non vengono posizionati in luoghi remoti
per il semplice costo della sostituzione delle batterie, e questa scoperta
potrebbe estendere le aree che i ricercatori possono studiare.
Decolorazione
del corallo: un’epidemia
Il fenomeno sarebbe causato dalle
temperature record dell'acqua misurate fin dall'inizio dell'anno
Un'epidemia di decolorazione del
corallo sta provocando enormi danni nella Grande Barriera Corallina
australiana, la più grande del mondo, per la seconda volta in soli
quattro anni. Secondo le notizie, l'epidemia si sta diffondendo per le
isole coralline del Pacifico meridionale.
La decolorazione del corallo avviene quando le alte temperature del mare
forzano le alghe che contengono i pigmenti ad abbandonare i polipi.
Normalmente, il corallo decolorato si riprende nella successiva stagione
fredda, ma se le alghe vengono perdute completamente allora il corallo
muore e si disgrega. Rapporti riguardanti l'epidemia sono giunti da Thaiti,
dalle isole Cook, dalla Nuova Caledonia e dalle isole Fiji.
"Ci vorrà molto tempo per avere una piena conferma delle dimensioni
del disastro," dice Thomas Goreau, del Global Coral Reef Alliance.
La decolorazione è stata causata dalle temperature record dell'acqua
misurate fin dall'inizio dell'anno.
"Praticamente tutta la Grande Barriera Corallina era due gradi sopra
la media dall'inizio di gennaio fino alla metà di marzo," dice
Goreau. "Questo periodo è stato più caldo e più lungo della
decolorazione che colpì le Maldive, le Seychelles e la barriera corallina
australiana occidentale nel 1998."
Le alte temperature sembrano essere collegate al verificarsi di un nuovo
El Niño, lo stesso evento climatico che causò anche la decolorazione del
1998.
Come si allarga il fondo marino
La propagazione delle dorsali oceaniche è preceduta da piccoli terremoti.
Il
Rialzo delle Galapagos, sito caratterizzato da un’estensiva attività
vulcanica nell’Oceano Pacifico equatoriale orientale, ha fornito
eccezionali risultati per una ricerca nel campo della tettonica a placche.
Jaqueline Floyd e colleghi, dell’osservatorio terrestre Lamont-Doherty
della Columbia University,
stanno introducendo un nuovo modello per il processo di propagazione delle
dorsali oceaniche, responsabile dell’allargamento del fondo marino e
della conseguente formazione di bacini oceanici. Lo studio è pubblicato
dalla rivista “Science”.
Facendo uso di dati registrati da recenti terremoti, che non erano
disponibili nei precedenti modelli, i ricercatori mostrano che la
propagazione deiie dorsali oceaniche è preceduta da un complesso processo
di rottura e attività vulcanica che permette alla dorsale di allungarsi
stabilmente nella fragile crosta della litosfera dell’oceano,
indipendentemente dalle forze resistenti che erano ipotizzate nei modelli
precedenti.
“Le dorsali oceaniche - commenta Floyd - venivano idealizzate come
perfette fenditure nella crosta oceanica, ma i nostri risultati mostrano
che la sismicità e la struttura della crosta attorno alla cima della
dorsale è più complessa.”
Esaminando i dati dei terremoti e la topografia della zona, i ricercatori
hanno osservato che la propagazione è preceduta da terremoti di piccola
intensità e da piccole fenditure, seguiti dall’emergere di magma che
porta all’allargamento del fondo marino. Per illustrare la propria
interpretazione, gli autori hanno realizzato anche un modello al computer.
Spugne
o coralli?
I resti fossilizzati sono
tubuli di pochi millimetri di diametro
I resti di quelle che sono stati
probabilmente le prima sofisticate forme di vita a popolare la Terra,
forse spugne o coralli, sono stati scoperti da nella Namibia meridionale.
Le parti dure di questi organismi vissuti circa 550 milioni di anni fa
sono molto più complesse di qualsiasi altro organismo risalente a quel
periodo. "Questo - dice Rachel Wood, del Schlumbergher
Cambridge Research, in Inghilterra - fu un perido cruciale
nell'evoluzione della vita, in cui gli organismi pluricellulari iniziarono
a sviluppare uno scheletro. Quelli appena trovati hanno un guscio molto più
complesso altri trovati finora. Sono anche molto grandi e possono
raggiungere un dimensioni di un metro." Wood e i suoi colleghi hanno
descritto la scoperta sulla rivista "Science".
Per ora, ciò che si sa è che il Namapoikia
reitogensis viveva nelle fratture delle rocce sottomarine. Ciò che ne
rimane è una serie di tubuli di pochi millimetri di diametro. Queste
parti dure sono realmente biomineralizzate e non sono solo parzialmente
dure, come gli scheletri di altri organismi di quei tempi. Incerta però
è la loro funzione. Nel caso si trattasse di un corallo, ogni tubo
conteneva probabilmente un polipo dotato di tentacoli. Se invece era più
simile a una spugna, i canali servivano a filtrare l'acqua per estrarne
nutrienti.
Un'eccezionale
morìa di animali marini
Inaspettatamente, l'evento si è
verificato in una regione caratterizzata da forti venti
Nel corso della settimana
passata, sulle spiagge del Kenya e della Somalia si sono ammassati
migliaia di animali marini morti, probabilmente avvelenati da una
proliferazione di alghe tossiche. Tartarughe, squali, polpi, tonni, razze
e altri animali sono stati trovati morti lungo quasi mille chilometri di
coste dell'Oceano Indiano e l'evento è stato riportato dal WWF.
Si tratta della più importante morìa di animali marini mai registrata
lungo le coste orientali dell'Africa e il killer più probabile è una
proliferazione di alghe tossiche, che ha fatto diventare leggermente
rossastre le acque. il fenomeno avviene normalmente quando le acque
superficiali dell'oceano sono calde, hanno un alto contenuto di nutrienti
e sono calme. In questo caso, però, l'evento si è verificato in una
regione caratterizzata da forti venti. Per evitare un possibile
avvelenamento, i pescatori hanno interrotto ogni attività, in attesa di
conoscere i risultati dell'analisi degli animali morti.
Simili maree rosse sono abbastanza comuni negli Stati Uniti, lungo le
coste dell'Oceano Pacifico, nei Caraibi, in Giappone, in Scandinavia, e
avvengono annualmente in Sud Africa.
Il
rimescolamento degli oceani
Le maree sotto la superficie si
spostano con onde alte 300 metri
L'attrazione
gravitazionale della Luna non è responsabile solo delle maree che
osserviamo in superficie, ma crea negli oceani anche onde profonde, che si
frangono, per esempio, lungo i 3000 chilometri di costa delle isole
Hawaii. Secondo alcuni geologi dell'Università
di Washington, l'energia di queste potrebbe aiutare a rimescolare le
acque dell'oceano, anche quelle piuttosto lontane dall'arcipelago. La
prima osservazione del flusso di energia di questa marea profonda è stata
presentata da Tom Sanford e Eric Kunze al congresso dell’American
Geophysical Union.
Con onde alte anche 300 metri che viaggiano sotto la superficie, le maree
interne presso l'arcipelago hawaiano e altri punti caldi potrebbero
spiegare il rimescolamento del 90 per cento delle acque degli oceani del
mondo. In particolare, il rimescolamento delle acque fredde e di quelle
calde svolge un ruolo importante nella circolazione oceanica globale e nel
trasportare sostanze nutrienti dalle profondità oceaniche fino alla
superficie, dove possono essere utilizzate dal plancton.
Secondo le stime, lontano dalla terraferma il rimescolamento è molto
debole ed è proprio per questo che Sanford e Kunze ipotizzarono, meno di
dieci anni fa, che esso potesse aver luogo in zone in cui le maree
superficiali attirano acque profonde attorno alle strutture del fondo
marino. La topografia dell'arcipelago hawaiano, in particolare, abbonda in
strutture sommerse, montagne e canali. Inoltre, mentre la maggior parte
delle correnti di marea scorrono parallelamente lungo le coste
continentali, l'arcipelago viene colpito quasi direttamente. Dove il fondo
marino è più ricco di strutture, il tasso di rimescolamento può essere
anche 1000 volte più alto che in altre zone.
L'energia
delle sorgenti termali nel fondo dell'oceano
La presenza di lava non è
necessaria a spiegare le temperature tra 40 e 70 gradi
L'attività tettonica terrestre
provoca la formazione di catene montuose sul fondo degli oceani e riscalda
acqua che sgorga da sorgenti lungo la cima di queste dorsali. Tuttavia,
alcune sorgenti idrotermali si trovano molto lontane dal centro delle
dorsali, e delle loro riserve di lava. Ora, un modello matematico ha
supportato l'idea secondo cui la fonte di energia di queste sorgenti è
una reazione chimica fra l'acqua marina e le rocce che affiorano dalle
profondità del pianeta.
I geologi hanno scoperto da anni l'effervescente miscuglio che deriva
dalla reazione fra l'acqua marina e la peridotite, una roccia verdastra
che spesso risale dal mantello alla crosta terrestre. Il risultato della
reazione è una roccia saponosa nota come serpentino. Ma Robert Lowell, Georgia
Institute of Technology di Atlanta dice di non aver mai creduto che la
reazione potesse produrre abbastanza calore da dare origine a una sorgente
idrotermale, almeno fino a quando una di queste sorgenti fu scoperta, nel
2000, nell'Oceano Atlantico, proprio in corrispondenza di una regione
ricca di peridotite e molto lontana dai vulcani della dorsale. Le acque di
questa sorgente hanno una temperatura compresa fra 40 e 70 gradi, molto più
modesta rispetto ai due o trecento che si osservano nelle sorgenti vicino
alla lava, suggerendo che effettivamente essa venga riscaldata attraverso
un processo diverso.
Così, Lowel e Peter Rona, dell'Università
di New Brunswick, in New Jersey, si sono messi al lavoro per
determinare l'intervallo di temperature che si potrebbero misurare in una
sorgente idrotermale in cima a un ammasso di peridotite. Essi hanno
calcolato il calore rilasciato da ogni chilogrammo di peridotite
convertito in serpentino e stimato la velocità con cui l'acqua si muove
nel sistema. Si è così visto che effettivamente la presenza della lava
non è necessaria a spiegare le temperature osservate nella sorgente
scoperta nel 2000, temperature che possono essere raggiunte solo con la
reazione fra l'acqua marina e la peridotite, come i ricercatori hanno
spiegato in un articolo pubblicato sulla rivista “Geophysical Research
Letters”.
Uno
squalo raro
Un raro squalo dalla bocca gigantesca, sconosciuto alla scienza fino al
1976, è stato trovato su una spiaggia sudafricana a circa 400 chilometri
da Città del Capo. «Siamo molto eccitati, perché si tratta del terzo
esemplare femmina mai scoperto e non sappiamo praticamente nulla a
proposito della sua biologia, per cui non vediamo l'ora di sezionarlo e
studiarlo,» ha raccontato Vic Cockroft, del Centro
sudafricano per lo Studio dei Delfini.
L'esemplare, lungo 3,5 metri e del peso di 300 chilogrammi, è il primo di
questa specie mai trovato in Sud Africa. «Non si vedono spesso perché di
solito vivono molto al largo nutrendosi di plancton. Non siamo sicuri
neppure del loro numero... non abbiamo alcuna informazione su quanti ce ne
sono,» spiega Cockroft.
Fin da quando la specie fu scoperta, al largo delle Hawaii, sono stati
trovati solo dodici esemplari di questo animale, quasi tutti maschi. Gli
altri sono stati trovati in California, in Giappone, nelle Filippine, in
Senegal, in Indonesia e in Australia. Nonostante le impressionanti
dimensioni della sua bocca, questo squalo è totalmente innocuo per gli
esseri umani, poiché si nutre esclusivamente di plancton.
Vampiri
sottomarini
Si tratta di una specie di policheti,
che si ciba del sangue degli altri animali
Un piccolo verme che vive attorno alle sorgenti idrotermali del fondo
oceanico succhiando sangue ai pesci che gli capitano a tiro è l'ultimo
arrivato nella lista delle bizzarre creature delle profondità oceaniche.
Il Galapagomystides aristata è
lungo meno di quattro centimetri, e fu scoperto già 15 anni fa ma solo
ora Cheryl Jenkins e Cindy Lee Van Dover, del College
of William and Mary, di Williamsburg, in Virginia, lo hanno studiato a
fondo. Le nuove scoperte verranno presto presentate su «Invertebrate
Biology».
Le ricercatrici hanno scoperto quasi immediatamente che gli intestini del
verme erano pieni di sangue, che inizialmente hanno pensato appartenere
all'animale stesso. Nel sangue erano però presenti anche minuscoli
cristalli, la cui funzione ha rappresentato per un po' un mistero. Alcuni
animali, ma non i policheti, immagazzinano i minerali tossici che si
accumulano nel loro organismo in minuscoli aggregati noti come
sferocristalli. Proprio per questo le ricercatrici hanno suggerito che i
cristalli provengono probabilmente da altre creature, da cui sono stati
succhiati insieme al sangue.
Tra i vermi policheti, di cui fa parte G. aristata, gli organismi che si
nutrono di sangue sono molto rari, e questa è la prima mai trovata
nell'ambiente delle sorgenti idrotermali. Proprio per questo alcuni
ricercatori sono ancora scettici e aspettano altre prove, prima di
accettare questa teoria. Per ora però non è stato neppure possibile
individuare da quali animali provenga il sangue.
Le
onde accoppiate degli oceani
Sono state studiate sfruttando i
dati di un osservatorio sismico sottomarino
Un nuovo tipo di onda oceanica,
in grado di scambiare in continuazione energia fra il fondo del mare e
l'acqua che si trova appena sopra, è stato scoperto dalla ricercatrice
Cinna Lomnitz, dell'Università del Messico
e dall’oceanografo americano Rhett Butler. L'onda è stata osservata
grazie ai dati provenienti da un osservatorio sismico posto sul fondo
dell’Oceano Pacifico.
Lomnitz aveva immaginato la possibile esistenza di queste cosiddette onde
accoppiate già dal disastroso terremoto che colpì Città del Messico nel
1985. Le onde più distruttive propagarono attraverso gli strati di fango
sotto la città, provocando il collasso di molti edifici. Le onde che
propagano negli oceani a seguito dei terremoti sono simili.
Al tempo del terremoto di Città del Messico, Lomnitz ritenne che la
distruzione fu così estesa a causa del fatto che Città del Messico è
costruita su un letto di sabbia, il che ha permesso a un tipo di onda
sismico non ancora conosciuto di viaggiare con poca difficoltà. “Si
tratta di un'onda accoppiata, – spiega Lomnitz – cioè di due onde che
si scambiano continuamente energia. Simili onde sono ben note in molte
aree della fisica. Per esempio, in un antenna un segnale radio si accoppia
con un'onda elettrica”.
Lomnitz sospettava che simili onde potessero viaggiare lungo il fondo
degli oceani e ha contattato Rhett Butler dopo aver visto la qualità dei
dati di Hawaii-2, un
osservatorio sottomarino recentemente installato a metà strada fra le
isole Hawaii e la California.
Grazie a queste osservazioni è stato possibile individuare il nuovo tipo
di onda oceanica, che i ricercatori hanno classificato come una forma
della cosiddetta onda di Rayleigh, che propaga lungo le superfici dei
solidi. Tecnicamente, si tratta di un’onda acustica accoppiata a un'onda
di Rayleigh, che scambia costantemente energia fra le onde nel fondo del
mare e l'acqua immediatamente sovrastante. “Il fenomeno
dell'accoppiamento delle onde è affascinante. – dice Lomnitz – Una
sua maggiore comprensione potrebbe aiutare nella prevenzione dei danni in
caso di futuri terremoti”.
I cavallucci di mare diventano protetti
Attualmente vengono venduti vivi per gli acquari o seccati per la medicina
tradizionale asiatica
Durante l'assemblea del Convention
on International Trade in Endangered (CITES), in corso di svolgimento
a Santiago del Cile, i delegati hanno deciso di proteggere tutte le 32
specie note di cavallucci marini dal commercio che ne minaccia
l'estinzione. La decisione non impedisce il commercio di questi animali,
ma forza le nazioni a controllarlo più strettamente per assicurare con
non ponga rischi alle loro popolazioni. Ogni Paese dovrà quindi, con
l'aiuto del CITES, certificare che tutte le catture e le vendite siano
regolari. Durante il dibattito, alcuni delegati hanno dimostrato che il
commercio rappresenta una seria minaccia per le varie specie. In effetti,
la grande domanda ha fatto sì che molte popolazioni siano già in rapido
declino.
"Essi raggiungono quotazioni che sono molto, molto più alte del
prezzo dell'argento, avvicinandosi al prezzo per chilo dell'oro,"
dice Amanda C. J. Vincent, direttore del Project
Seahorse.
I cavallucci marini, che hanno dimensioni variabili da uno a trenta
centimetri, vengono venduti principalmente vivi per gli acquari o seccati
per la medicina tradizionale asiatica. Nel 2000, la sola Asia ha infatti
comperato 70 tonnellate di questi animali essiccati, rispetto alle 40 di
soli cinque anni prima. Circa 105 nazioni hanno cavallucci marini nelle
proprie acque, Italia compresa, e 69 sono coinvolte nel commercio. I più
forti esportatori di cavallucci marini vivi sono l'Indonesia, le Filippine
e il Brasile, mentre gli Stati Uniti e l'Europa occidentale sono i
maggiori importatori. Gli animali secchi provengono invece da Thailandia,
India, Filippine, Vietnam e Messico, e la domanda è concentrata in Cina e
Hong Kong.
Come progettare una riserva marina
Lo studio si è concentrato sul Mare di Cortés nella Baja California
Uno studio apparso sulla rivista “Science”,
opera di ricercatori dell’Istituto
di Oceanografia Scripps dell’Università di California di San Diego,
potrebbe costituire un nuovo e potente strumento nella progettazione e
nell’istituzione delle aree marine protette. Lo studio, che ha richiesto
centinaia di immersioni, analisi scientifiche, ricerche e sviluppo di
software dedicato, ha visto la collaborazione dell’Universidad
Autonoma de Baja California di La Paz, in Messico, in Messico, e del
WWF.
Le reti di riserve, che uniscono più aree dove le specie sono protette,
costituiscono un importante strumento per la conservazione della vita
marina. In anni recenti sono sorte molte teorie su come realizzare queste
reti nel migliore dei modi. Tuttavia, le applicazioni su larga scala nel
mondo reale sono ancora rare.
Il progetto dello Scripps si è concentrato sul Golfo della California (o
Mare di Cortés), il tratto di mare fra la Baja California e il Messico
continentale. Biologicamente molto ricco, questo golfo ospita quasi 900
specie di pesci e più di 30 specie di mammiferi marini. I ricercatori
hanno raccolto dati sulla biodiversità e sugli habitat della costa
rocciosa del golfo grazie a numerosi sopralluoghi, immersioni e analisi.
Una volta a conoscenza degli importanti processi ecologici della regione,
tutte le informazioni sono state inserite in un computer per determinare
il numero e la posizione delle riserve in grado di ottimizzare la
conservazione e di evitare conflitti sociali con gli interessi dei
pescatori e delle comunità dei residenti.
Come si muovono i gamberi
La locomozione dei crostacei è stata studiata analizzando il sistema
nervoso
Grazie a modelli ed esperimenti al computer, un gruppo di ricercatori
dell’Università della
California di Davis ha identificato i neuroni e le connessioni che
sono necessari ai gamberi per poter nuotare.
“Il sistema nervoso che controlla la locomozione - spiega il
neurobiologo Brian Mulloney - è ben definito e abbastanza stabile per
diversi gruppi di animali. Perciò il gambero è un buon modello per
sistemi nervosi più complessi come il midollo spinale dell’uomo.”
Il gambero nuota battendo due pinne o organi natatori su ciascun segmento
del corpo. Le pinne si muovono in sequenza, cominciando dalla parte
posteriore dell’animale e muovendosi in avanti. I movimenti di ogni
segmento mantengono una precisa differenza di tempo, mentre variano in
velocità e forza. Per mantenere i movimenti nella giusta sequenza, il
sistema nervoso dell’animale deve integrare segnali provenienti da
ciascuno dei differenti segmenti con i segnali del cervello.
Il gruppo di Mulloney ha lavorato con i matematici Stephanie Jones e
Frances Skinner per costruire modelli matematici del sistema nervoso dei
gamberi. i modelli sono stati usati per progettare esperimenti in cui
venivano registrati gli impulsi nervosi degli animali. Essi hanno mostrato
che il sistema degli arti natatori è formato da otto moduli di 70 neuroni
ciascuno. Si è potuto scoprire così quali neuroni sono necessari a
completare il circuito e quali cellule sono connesse.
Crescita dei coralli e cicli climatici
Negli ultimi 7000 anni il ciclo periodico della temperatura dell’Oceano
Atlantico è cambiato
Come i tronchi degli alberi, anche gli strati dei coralli forniscono molte
indicazioni ai naturalisti. Non soltanto sull’età dell’animale, ma
anche a proposito delle dinamiche dell’oceano in cui sono cresciuti.
Ricercatori della Penn State
University e dell’Università
di Miami hanno esaminato coralli della specie Montastraea annularis,
sia vivi sia fossili, per vedere se il carbonato di calcio del loro
scheletro potesse far luce sulla temperatura e la salinità dell’Oceano
Atlantico. “A differenza del Pacifico - spiega Lisa Greer, assistente di
geoscienze - ci sono stati finora ben pochi studi che hanno usato i
coralli per ottenere informazioni sulle dinamiche del clima di questa
regione.”
Alcuni coralli crescono come alberi, formando ogni anno uno strato
completo con diverse densità di carbonato di calcio. Anche se non tutti i
coralli creano anelli, alcuni lo fanno.
I ricercatori hanno investigato la relazione fra gli isotopi stabili o non
radioattivi dell’ossigeno nel carbonato di calcio del corallo. Il
rapporto fra gli isotopi dipende dalla temperatura dell’acqua dove il
corallo è cresciuto e dalla sua salinità. Se l’acqua è più calda, il
corallo incorpora più ossigeno normale nella sua struttura, mentre se è
più fredda sarà presente una quantità maggiore dell’isotopo più
pesante.
Le informazioni sulle dinamiche del clima dell’Atlantico sono necessarie
per progettare modelli globali o regionali. I dati annuali medi dal 1935
al 1994 mostrano una forma sinusoidale, con una composizione negli isotopi
dell’ossigeno periodica con un picco ogni 12 o 15 anni. Dai coralli
fossili è risultato che il ciclo, in passato, era più lungo e presentava
un periodo dai 16 ai 20 anni.
Cirripedi in pericolo
Anche gli occhi di altri crostacei possono essere danneggiati dalle
radiazioni
La radiazione ultravioletta, sempre più intensa a causa
dell’assottigliarsi dello strato di ozono sugli oceani, sta accecando le
larve dei cirripedi, i minuscoli crostacei marini, minacciando la loro
sopravvivenza e quella di interi ecosistemi costieri.
Le larve nuotano verso la superficie dell’oceano grazie ai recettori per
la luce presenti nei loro occhi. I crescenti livelli di radiazione
ultravioletta, in grado di penetrare nel loro guscio, possono danneggiare
le cellule della retina delle larve, impedendo loro di procurarsi il cibo.
La scoperta, fatta da biologi della City
University di Hong Kong, potrebbe in parte spiegare il grande declino
della popolazione dei cirripedi che si è verificato ad Hong Kong sin
dagli anni settanta.
La morte delle larve potrebbe influenzare l’intera catena alimentare,
perché esse forniscono elementi nutritivi ed energia a diversi predatori,
come granchi o piccoli pesci. “Se la popolazione di cirripedi
continuerà a calare – spiega il biologo Doris Au - la stabilità
dell’intera rete alimentare marina potrebbe essere disturbata”.
Anche gli occhi di aragoste, granchi e gamberi potrebbero essere
danneggiati. “Dovremmo fare attenzione agli effetti delle radiazioni
ultraviolette sulla vita marina, – afferma Benno Meyer-Rochow,
dell’Università internazionale di Brema, in Germania – anche se non
c’è ancora motivo di farsi prendere dal panico. È possibile che gli
organismi più sensibili alle radiazioni vengano spazzati via, lasciando
sopravvivere e propagare gli individui con maggiore tolleranza”.
Chiang, W. L., Au, D.
W. T., Yu, P. K. N. & Wu, R. S. S. UV-B damages eyes of barnacle
larvae and impairs their photoresponses and settlement success. Environmental
Science & Technology,
37, 1089 - 1092, (2003).
Una
dispensa nello stomaco
L’osservazione di esemplari di Possession Island, in Namibia, conferma
una strana caratteristica dei pinguini
I maschi dei pinguini reali possiedono uno “stomaco antibatterico” che
funziona come una dispensa, per immagazzinare il cibo e mantenerlo fresco
fino a tre settimane. È la sorprendente scoperta di un gruppo di
scienziati francesi del CNRS
di Strasburgo.
Questa caratteristica, unica fra i maggiori vertebrati, garantisce un
approvvigionamento regolare per i pulcini quando il cattivo tempo
impedisce alle femmine di ritornare presto dalla pesca.
Cécile Thouzeau e colleghi hanno analizzato i batteri presenti nello
stomaco di sette pinguini reali (Aptenodytes patagonicus) in Namibia. Gli
animali stavano incubando uova e conservando cibo. I pinguini reali hanno
una dieta di pesce e calamari ricca di proteine, l’ideale per la
crescita di microbi gastrointestinali.
“La temperatura gastrica - scrive Thouzeau sulla rivista “Polar
Biology” - era attorno ai 38° C e il pH dei campioni conservati era
4, due condizioni favorevoli alla crescita dei batteri”. Ma quando gli
scienziati hanno analizzato i campioni, hanno scoperto molti batteri morti
o deformati, a differenza di quelli presenti normalmente negli uccelli che
digeriscono il cibo.
“I risultati - spiega Thouzeau - confermano l’idea che possano
esistere fattori che inibiscono la crescita dei batteri quando i pinguini
conservano il cibo nello stomaco”. Secondo i ricercatori, gli animali
sono in grado di controllare il processo di conservazione rilasciando
agenti antibatterici nel loro tratto digestivo.
Il pH delle acque costiere e gli effetti sul
fitoplancton
L’abbondanza di certe specie di dinoflagellati è significativamente
correlata con l’acidità delle acque
Un
importante fattore, spesso trascurato, nell’ecologia marina riguarda gli
effetti delle variazioni di pH, il grado di acidità dell’acqua, sul
tasso di crescita e sull’abbondanza del fitoplancton lungo le coste
marine, alla base della catena alimentare nelle acque costiere.
Il valore di pH negli oceani aperti varia di pochissimo: questo non è
invece vero per le acque costiere. In un articolo pubblicato sulla rivista
“Marine
Ecology Progress Series”, l’oceanografo Kenneth Hinga dell’Università
di Rhode Island ha analizzato tutti gli studi disponibili, condotti
sia in laboratorio sia sul campo, a proposito degli effetti del pH sul
fitoplancton marino.
Il normale valore di pH negli oceani aperti è attorno a 8.1, cioè
leggermente alcalino. Hinga ha scoperto che il pH delle acque marine
presso le coste e nei tipici estuari varia da 7.5 a 8.5, con valori
occasionali anche maggiori di 9 o minori di 7. Si tratta di dati
significativi, perché hanno una diretta influenza sul tasso di crescita
di molte specie. Quando i valori sono troppo alti o troppo bassi, solo le
specie con maggiore tolleranza a questi valori riescono a crescere e alla
fine dominano la comunità.
“I dati esistenti - commenta Hinga - suggeriscono di non ignorare
l’importanza del pH nello studio dell’ecologia marina. Le comunità di
fitoplancton, con un valore di pH pari a 9, fissano carbonio a una
velocità dimezzata rispetto a un valore pari a 8 e questo influisce
sull’abbondanza di certe specie.”
Ricchezze sotto il mare
Le sorgenti sottomarine portano metalli preziosi sul fondo del mare
Il geofisico Peter A. Rona, dell'Institute
of Marine and Coastal Science della State University of New Jersey, ha
presentato le sue scoperte sui minerali e i microbi portati sul fondo
dell'oceano da sorgenti sottomarine. Pur avendo esplorato in dettaglio
soltanto il 5 per cento dei fondali marini, lo scenario che sta emergendo
è quello di un vasto sistema di motori naturali sottomarini, alimentati
da sorgenti calde, che producono non solo ricchi depositi di minerali, ma
habitat per particolari organismi amanti del calore. Rona ha passato più
di 40 anni esplorando gli oceani ed ha pubblicato ora sulla rivista "Science"
un lavoro intitolato "Risorse del fondo marino". Una delle
scoperte di Rona è una collina ricca di metalli nel centro dell'Oceano
Atlantico. "In costruzione da almeno 50.000 anni, - spiega lo
scienziato - la collina è costituita in gran parte da combinazioni di
rame, ferro, zinco, oro e argento. È stata prodotta da getti di acqua
marina calda e ricca di metalli."
Secondo Rona, bisogna smettere di considerare gli oceani come semplici
contenitori di minerali trasportati via dai continenti. Molto
probabilmente circola più acqua sotto il fondo degli oceani che negli
oceani stessi: "L'acqua marina fredda e densa penetra per chilometri
attraverso la crosta. Quando raggiunge i caldi strati del mantello si
scalda e risale con forza, dissolvendo i metalli dalle rocce
circostanti." Quando fuoriesce, spesso è talmente ricca di minerali
da apparire di colore nero, e raggiungendo le fredde acque oceaniche, i
minerali condensano e creano strutture sul fondo. Oltre ai depositi di
minerali, l'acqua fornisce habitat ed energia per i microbi amanti del
calore. Questi contengono enzimi e composti bioattivi che possono essere
usati in varie applicazioni, nei detergenti, nella conservazione del cibo
e nella produzione di medicinali.
Un'alga che viene dal freddo
La ricerca potrebbe aiutare a mettere a punto vegetali più resistenti al
freddo
In fredde lande innevate, che causerebbero la morte per la maggior parte
delle piante del mondo, un'alga rossa ha instaurato un'esistenza
sorprendentemente produttiva. Una migliore comprensione di come questa
alga prosperi in condizioni così avverse potrebbe aiutare i ricercatori a
mettere a punto vegetali più resistenti al freddo. Inoltre, si è visto
che queste alghe potrebbero rappresentare una piccola ma significativa
arma per assorbire l’anidride carbonica.
Amanti della montagna di tutto il mondo hanno riferito osservazioni della
Chlamydomonas nivalis praticamente in tutti i continenti, con l'eccezione
della sola Africa. Ma pochi ricercatori si sono occupati di questo strano
organismo, dice Thomas Vogelmann, dell'Università
del Vermont. Trasportare l'equipaggiamento necessario negli habitat
remoti di questa alga è un problema e nessuno è ancora riuscito a farla
crescere in laboratorio.
Per capire di più, Vogelmann e i suoi colleghi si sono diretti verso le
Montagne Rocciose. Lì hanno potuto misurare il consumo di anidride
carbonica dell'alga utilizzando scatole di plastica dotate di sensori. Si
è visto così che le aree più ricche di quest’alga assorbono
l’anidride carbonica a un ritmo del 10 per cento superiore a quello
medio delle piante verdi, molto più di quanto si aspettassero. I
risultati di queste misure sono stati descritti sui “Proceedings of the
National Academy of Sciences”.
Problemi di ipossia per i pesci
Poco ossigeno può abbassare il tasso di sopravvivenza delle larve dei
pesci
La scarsità di ossigeno nelle acque degli oceani può danneggiare i pesci
non solo provocandone il soffocamento. Potrebbe anche impedire la loro
capacità di riprodursi, mettendo a serio rischio la sopravvivenza di
molte specie.
Uno studio sulle carpe suggerisce che l'ipossia, la riduzione dei livelli
di ossigeno, provoca un danno endocrino. La scoperta aggiunge un nuovo
nome alla lista degli agenti che potrebbero avere un effetto negativo
sugli ormoni, che già include pesticidi, diversi tipi di steroidi e di
metalli, e persino la luce ultravioletta. L'ipossia, che funesta diverse
regioni acquatiche del globo, potrebbe rivelarsi la peggiore di tutte.
La ricerca, svolta da Rudolf Wu e colleghi della City
University di Hong Kong, è stata pubblicata sul numero del 15 marzo
della rivista "Environmental
Science & Technology".
Nutrienti come l'azoto e il fosforo sono essenziali per la salute degli
ambienti marini, ma un eccesso di elementi nutritivi può innescare una
crescita eccessiva di alghe, che provoca un calo dell'ossigeno dissolto
nell'acqua. L'eccesso di elementi nutritivi può essere dovuto ad
attività umane come lo scarico di fertilizzanti o acque fognarie.
"L'ipossia è ovunque in crescita negli ultimi anni, - spiega Wu - in
parte a causa dell'incremento di popolazione umana. Studiando le carpe,
abbiamo notato che i pesci che vivono in acque con meno ossigeno
presentano cambiamenti nei livelli ormonali e una diminuizione del tasso
di riproduzione."
Proteggere le barche delle incrostazioni
La vernice permette agli scafi di pulirsi da soli dagli organismi che li
incrostano
Le incrostazioni sugli scafi delle barche, che siano dovute a cirripedi e
alghe oppure a batteri, costituiscono un grande problema per la
navigazione. È stato stimato, per esempio, che le incrostazioni possono
creare, durante il movimento delle navi in acqua, turbolenze tali da
incrementare il consumo di carburante anche del 30 per cento.
Tradizionalmente i grandi armatori, e persino la Marina degli Stati Uniti,
tentano di prevenire le incrostazioni dipingendo gli scafi con vernici
contenenti rame o triorganotin, un composto a base di stagno. Ma queste
vernici sono altamente tossiche e possono disperdersi in acqua, mettendo a
repentaglio la vita marina. Il loro uso viene proibito sempre di più.
Un gruppo di ricercatori della Cornell
University, nello stato di New York, ha ora sviluppato due tipi di
vernice non tossica, una idrofila e una idrofoba, che prevengono con
successo le incrostazioni, sia di batteri sia di cirripedi. Le vernici
funzionano non soltanto minimizzando l'adesione degli organismi, ma anche
mettendo gli scafi in grado di pulirsi da soli: mentre la nave si sposta
in acqua a una velocità di 10-15 nodi, la turbolenza che si crea rimuove
le alghe e i cirripedi.
I risultati dello studio, guidato da Christopher Ober, sono stati
presentati il 27 marzo al convegno dell'American
Chemical Society che si è tenuto a New Orleans. Ober si è occupato
del problema negli ultimi dieci anni per conto dell'Office of Naval
Research (ONR) degli Stati Uniti.
Il segreto degli squali
I pescecani pressurizzano la propria pelle per aumentare la spinta in
acqua
Alcune specie di squali sono in grado di nuotare a velocità molto
maggiori di quanto la morfologia del loro corpo consentirebbe. Il biologo
Adam Summers, dell’Università della California, ha scoperto che essi
raggiungono queste velocità modificando la rigidità del proprio corpo,
pressurizzando la pelle spessa e inflessibile.
“Questo studio - ha affermato Summers - potrebbe contribuire a risolvere
diverse questioni a proposito dell’evoluzione degli squali, in
particolar modo chiarendo il motivo per cui gli squali hanno abbandonato
uno scheletro osseo a favore di una struttura di cartilagine”. I
risultati saranno presentati il 4 aprile al convegno
annuale della Society
for Experimental Biology all’Università di Southampton.
Le ultime ricerche rivelano che diverse specie di squali tengono a bada la
flessibilità pressurizzando la propria pelle esterna. Summers ha
effettuato misure di pressione per mezzo di trasduttori impiantati nei
muscoli laterali di pescecani che nuotavano a diverse velocità in una
vasca. “Si tratta - ha spiegato - dei primi dati di pressione ottenuti
da pesci che nuotano liberamente”. L’esperimento ha rivelato che, man
mano che la velocità di nuoto aumenta, cresce anche la pressione media
nella pelle degli squali.
Un’alta velocità di nuoto dipende normalmente dalla rigidità del
corpo, in grado di produrre la massima spinta attraverso l’acqua. La
rigidità richiede una spina dorsale con poche vertebre. Eppure gli
squali ne possiedono un gran numero (anche 180, nel caso dello squalo mako),
il che significa meno rigidità e meno spinta in acqua.
Summers spera ora di studiare dopo i pescecani altre specie di squali,
come i mako. Questo richiederebbe però di effettuare misure in mare
aperto, cosa che presenta notevoli difficoltà.
Una
caccia coi baffi
Quando i mammiferi colonizzarono i
mari, alcune specie di delfini e di balene si adattarono al nuovo ambiente
sviluppando un sistema di localizzazione mediante sonar
Quando i mammiferi iniziarono a colonizzare l'oceano, circa 50 milioni di
anni fa, dovettero immediatamente affrontare la nuova sfida di imparare a
cacciare nell'acqua. L'acuta vista che i loro antenati avevano sviluppato
sulla terraferma per avvantaggiarsi della trasparenza dell'aria era poco
utile nel nuovo elemento. I ricercatori si sono sempre chiesti quali nuove
strategie furono sviluppate e, ora, si sono resi conto che parte della
risposta è sempre stata sotto i loro occhi: gli animali impararono a
usare i loro baffi.
Alcune specie di delfini e di balene si adattarono al nuovo ambiente
sviluppando un sistema di localizzazione mediante sonar, che permette di
«vedere» con le loro orecchie. Ma come facciano altri mammiferi privi di
questo sistema a cacciare è rimasto a lungo un mistero. Numerosi
ricercatori si sono però accorti che i baffi delle foche sono
estremamente sensibili anche alla più piccola flessione.
Per verificare se i baffi possano rivelare le turbolenze prodotte dal
passaggio di un pesce, Guido Dehnhardt della Ruhr
University di Bochum e i suoi colleghi hanno addestrato due foche a
inseguire un piccolo sottomarino a elica. Dopo che le foche hanno imparato
il compito, i ricercatori hanno coperto agli animali sia gli occhi che le
orecchie, prima di ripetere l'esercizio. Dopo aver spento anche l'elica
per eliminare gli indizi acustici, i ricercatori hanno tolto le cuffie
dalle orecchie degli animali e li hanno lasciati liberi di iniziare la
ricerca. Anche con gli occhi chiusi, le foche hanno immediatamente
iniziato a seguire il sottomarino. Nel corso degli esperimenti, i cui
risultati sono stati pubblicati su «Science», le foche hanno perso il
sottomarino solo il tre per cento delle volte. I ricercatori hanno poi
provato a coprire anche i baffi degli animali, che non sono più stati in
grado di seguire il sottomarino.
L'evoluzione
delle balene
Le limitate dimensioni dei canali
semicircolari impediscono ai cetacei di soffrire di vertigini
Un gruppo di ricercatori di varie nazionalità, guidato dal Hans Thewissen,
del Northeastern Ohio Universities
College of Medicine, ha scoperto che l'evoluzione dell'orecchio
interno delle balene fu molto più rapida di quanto sospettato,
permettendo agli animali di diventare completamente acquatici molto
presto, durante l'evoluzione. La ricerca ha mostrato che i canali
semicircolari, l'organo responsabile del senso dell'equilibrio, si erano
già adattati alla vita acquatica circa 45 milioni di anni fa. Lo studio
è stato descritto sulla rivista "Nature".
"Lo sviluppo evolutivo precoce di piccoli canali semicircolari da
parte dei cetacei aprì ai mammiferi una nicchia ecologica completamente
nuova e contribuì alla grande diversità dei comportamenti che vediamo
oggi nelle balene," ha spiegato Rich Lane, direttore del programma di
paleontologia della National Science Foundation americana, che ha
finanziato la ricerca. "L'acquisizione di simili organi e abilità
specializzati (come il cervello e l'andatura eretta degli esseri umani)
fornisce meccanismi che permettono a organismi altamente evoluti di
dominare in certi ambienti."
I canali semicircolari rivelano i movimenti della testa e questa
informazione viene utilizzata per coordinare il corpo durante la
locomozione. Questo avviene in modo subconscio e gli esseri umani si
accorgono di avere un senso dell'equilibrio solo quando questo non
funziona, come nei casi di mal di mare. I ricercatori hanno scoperto che
nei cetacei i canali semicircolari sono molto più piccoli che in altri
mammiferi, a parità di dimensioni corporee. Di fatto, nella gigantesca
balenottera azzurra l'organo è più piccolo che negli esseri umani.
Secondo i ricercatori, le piccole dimensioni dell'organo lo renderebbero
meno sensibile, impedendo agli animali di soffrire di vertigini.
Una
caccia coi baffi
Quando i mammiferi colonizzarono i
mari, alcune specie di delfini e di balene si adattarono al nuovo ambiente
sviluppando un sistema di localizzazione mediante sonar
Quando i mammiferi iniziarono a colonizzare l'oceano, circa 50 milioni di
anni fa, dovettero immediatamente affrontare la nuova sfida di imparare a
cacciare nell'acqua. L'acuta vista che i loro antenati avevano sviluppato
sulla terraferma per avvantaggiarsi della trasparenza dell'aria era poco
utile nel nuovo elemento. I ricercatori si sono sempre chiesti quali nuove
strategie furono sviluppate e, ora, si sono resi conto che parte della
risposta è sempre stata sotto i loro occhi: gli animali impararono a
usare i loro baffi.
Alcune specie di delfini e di balene si adattarono al nuovo ambiente
sviluppando un sistema di localizzazione mediante sonar, che permette di
«vedere» con le loro orecchie. Ma come facciano altri mammiferi privi di
questo sistema a cacciare è rimasto a lungo un mistero. Numerosi
ricercatori si sono però accorti che i baffi delle foche sono
estremamente sensibili anche alla più piccola flessione.
Per verificare se i baffi possano rivelare le turbolenze prodotte dal
passaggio di un pesce, Guido Dehnhardt della Ruhr
University di Bochum e i suoi colleghi hanno addestrato due foche a
inseguire un piccolo sottomarino a elica. Dopo che le foche hanno imparato
il compito, i ricercatori hanno coperto agli animali sia gli occhi che le
orecchie, prima di ripetere l'esercizio. Dopo aver spento anche l'elica
per eliminare gli indizi acustici, i ricercatori hanno tolto le cuffie
dalle orecchie degli animali e li hanno lasciati liberi di iniziare la
ricerca. Anche con gli occhi chiusi, le foche hanno immediatamente
iniziato a seguire il sottomarino. Nel corso degli esperimenti, i cui
risultati sono stati pubblicati su «Science», le foche hanno perso il
sottomarino solo il tre per cento delle volte. I ricercatori hanno poi
provato a coprire anche i baffi degli animali, che non sono più stati in
grado di seguire il sottomarino.
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